(picture by Fred Stein)
Forma dedicates a retrospective to Robert Capa in collaboration with the International Center of Photography of New York.
The most interesting aspect of this exhibition is the possibility to compare his pictures to Gerda Taro’s ones, especially in the section focused to the never ending debate about “The falling soldier”.
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www.photographers.it/articolo.php?id=209
Forma dedica in questi giorni una restrospettiva a Robert Capa che raccoglie una carrellata di immagini vintage, relative a sei scenari di guerra, provenienti dall’archivio dell’International Center of Photography di New York. “Questa è la guerra! Robert Capa al lavoro” ha un impianto fortemente didascalico che le deriva dall’approccio volutamente filologico dei curatori (Richard Whelan, Irme Schaber, Cynthia Young e Kristen Lubben): un percorso per immagini che svela il modo stesso di operare, in situazioni di emergenza, di questa icona del fotogiornalismo.
Sono tre i reportage sulla Guerra di Spagna (1936 – 1939), tanto “densi” - si pensi alla battaglia di Rio Segre - da diventare una sorta di piano sequenza cinematografico di quegli eventi. Il conflitto è rimasto indissolubilmente legato, oltre che alla drammatica fine di Gerda Taro sulla quale torneremo, alla famosa, per alcuni famigerata, immagine del miliziano morente, “The falling soldier”. Il 5 settembre del 1936 Capa si trovava sul fronte di Còrdoba e là ha ripreso un miliziano nell’esatto momento in cui veniva colpito a morte. Da sempre si dibatte se e quanto ci sia di costruito in quello scatto tanto che Richard Whelan, biografo ufficiale di Capa, ci si è a lungo dedicato.
Sono invece del 1938 le immagini del conflitto cino-giapponese, realizzate da Capa mentre effettuava le riprese per Joris Ivens che stava documentando la resistenza cinese. Si tratta di un ciclo forse meno noto, ma che rappresentò un vero e proprio spartiacque nel suo approccio al lavoro tanto da renderlo più preciso, efficiente e ordinato di prima.
Due infine gli episodi legati alla seconda guerra mondiale: il D-Day (6 giugno 1944) e la battaglia di Lipsia (aprile 1945).
Come forse molti già sapranno, tutte le foto dello sbarco in Normandia sono andate perdute. Si salvarono solo i rullini di Capa che, destino, andarono compromessi durante la fase di sviluppo. Si salvarono solo 10 scatti che rappresentano una testimonianza comprensibilmente ancora più preziosa di quegli eventi. Si tratta di immagini che hanno letteralmente cristallizzato nel tempo il caos e la drammaticità dell’operazione. Sono chiaramente mosse, poco nitide, “leggermente fuori fuoco” come verrà ingenuamente osservato sui giornali. I soldati sono sfocate figure nere immerse in un mare torbido e nebuloso: per chi scrive il lavoro più emozionante dell’autore. Su questo stesso concetto di slightly out of focus Capa giocherà spesso, fino a farne il titolo del suo racconto di quel conflitto.
Lipsia gli valse invece la copertina di LIFE con la foto di un giovane militare americano colpito da un proiettile tedesco. Il reporter dichiarò di aver fotografato l’ultimo uomo ucciso nella Seconda Guerra Mondiale.
Ad introdurre, non a caso, la mostra di Capa, quella dedicata a Gerda Taro, compagna del famoso fotografo e a lungo ricordata quasi solo in riferimento alla loro relazione. Complice la confusione di vecchia data fra gli scatti realizzati dai due e la cui scrupolosa attribuzione è stata solo di recente ufficializzata. Le foto venivano infatti firmate Capa&Taro nel contesto di un concordato sodalizio sentimentale e professionale che già allora anticipava un approccio che si sarebbe poi concretizzato nella nascita dell’agenzia Magnum.
La fotografia di Gerda fu diversa e complementare a quella di Capa e Forma, avvalendosi dei curatori già citati, le ha reso omaggio volutamente nelle sale che precedono la mostra “Questa è la guerra!”, come a restituirle l’attenzione che merita. Peccato la vita non le abbia lasciato il tempo di maturare come professionista, non è detto che
Anche lei si recò in Spagna a documentare il conflitto, sottintendendo una scelta civile e politica prima ancora che professionale. Nella Taro l’afflato ideologico si traduceva soprattutto in una particolare attenzione alle persone, spesso ritratte con tono enfatico o in situazioni fortemente intime, e fu proprio poco dopo l’aver cominciato a dedicarsi maggiormente alle vere e proprie azioni di guerra che perse la vita investita da un carro armato.
Soffermarsi nel confronto fra i due fotografi rappresenta probabilmente l’aspetto più stimolante dell’impianto espositivo. Ideale, a questo proposito, l’area dedicata alla “questione” del miliziano morente che raccoglie diversi scatti realizzati da entrambi quello stesso giorno: diventa così affascinante accostare composizione, toni, stile… aiutati dai due diversi supporti utilizzati (35 mm per Capa e medio formato per Gerda) che li rendono immediatamente riconoscibili.
(picture by Fred Stein)
Forma dedicates a retrospective to Robert Capa in collaboration with the International Center of Photography of New York.
The most interesting aspect of this exhibition is the possibility to compare his pictures to Gerda Taro’s ones, especially in the section focused to the never ending debate about “The falling soldier”.
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Forma dedica in questi giorni una restrospettiva a Robert Capa che raccoglie una carrellata di immagini vintage, relative a sei scenari di guerra, provenienti dall’archivio dell’International Center of Photography di New York. “Questa è la guerra! Robert Capa al lavoro” ha un impianto fortemente didascalico che le deriva dall’approccio volutamente filologico dei curatori (Richard Whelan, Irme Schaber, Cynthia Young e Kristen Lubben): un percorso per immagini che svela il modo stesso di operare, in situazioni di emergenza, di questa icona del fotogiornalismo.
Sono tre i reportage sulla Guerra di Spagna (1936 – 1939), tanto “densi” - si pensi alla battaglia di Rio Segre - da diventare una sorta di piano sequenza cinematografico di quegli eventi. Il conflitto è rimasto indissolubilmente legato, oltre che alla drammatica fine di Gerda Taro sulla quale torneremo, alla famosa, per alcuni famigerata, immagine del miliziano morente, “The falling soldier”. Il 5 settembre del 1936 Capa si trovava sul fronte di Còrdoba e là ha ripreso un miliziano nell’esatto momento in cui veniva colpito a morte. Da sempre si dibatte se e quanto ci sia di costruito in quello scatto tanto che Richard Whelan, biografo ufficiale di Capa, ci si è a lungo dedicato.
Sono invece del 1938 le immagini del conflitto cino-giapponese, realizzate da Capa mentre effettuava le riprese per Joris Ivens che stava documentando la resistenza cinese. Si tratta di un ciclo forse meno noto, ma che rappresentò un vero e proprio spartiacque nel suo approccio al lavoro tanto da renderlo più preciso, efficiente e ordinato di prima.
Due infine gli episodi legati alla seconda guerra mondiale: il D-Day (6 giugno 1944) e la battaglia di Lipsia (aprile 1945).
Come forse molti già sapranno, tutte le foto dello sbarco in Normandia sono andate perdute. Si salvarono solo i rullini di Capa che, destino, andarono compromessi durante la fase di sviluppo. Si salvarono solo 10 scatti che rappresentano una testimonianza comprensibilmente ancora più preziosa di quegli eventi. Si tratta di immagini che hanno letteralmente cristallizzato nel tempo il caos e la drammaticità dell’operazione. Sono chiaramente mosse, poco nitide, “leggermente fuori fuoco” come verrà ingenuamente osservato sui giornali. I soldati sono sfocate figure nere immerse in un mare torbido e nebuloso: per chi scrive il lavoro più emozionante dell’autore. Su questo stesso concetto di slightly out of focus Capa giocherà spesso, fino a farne il titolo del suo racconto di quel conflitto.
Lipsia gli valse invece la copertina di LIFE con la foto di un giovane militare americano colpito da un proiettile tedesco. Il reporter dichiarò di aver fotografato l’ultimo uomo ucciso nella Seconda Guerra Mondiale.
Ad introdurre, non a caso, la mostra di Capa, quella dedicata a Gerda Taro, compagna del famoso fotografo e a lungo ricordata quasi solo in riferimento alla loro relazione. Complice la confusione di vecchia data fra gli scatti realizzati dai due e la cui scrupolosa attribuzione è stata solo di recente ufficializzata. Le foto venivano infatti firmate Capa&Taro nel contesto di un concordato sodalizio sentimentale e professionale che già allora anticipava un approccio che si sarebbe poi concretizzato nella nascita dell’agenzia Magnum.
La fotografia di Gerda fu diversa e complementare a quella di Capa e Forma, avvalendosi dei curatori già citati, le ha reso omaggio volutamente nelle sale che precedono la mostra “Questa è la guerra!”, come a restituirle l’attenzione che merita. Peccato la vita non le abbia lasciato il tempo di maturare come professionista, non è detto che
Anche lei si recò in Spagna a documentare il conflitto, sottintendendo una scelta civile e politica prima ancora che professionale. Nella Taro l’afflato ideologico si traduceva soprattutto in una particolare attenzione alle persone, spesso ritratte con tono enfatico o in situazioni fortemente intime, e fu proprio poco dopo l’aver cominciato a dedicarsi maggiormente alle vere e proprie azioni di guerra che perse la vita investita da un carro armato.
Soffermarsi nel confronto fra i due fotografi rappresenta probabilmente l’aspetto più stimolante dell’impianto espositivo. Ideale, a questo proposito, l’area dedicata alla “questione” del miliziano morente che raccoglie diversi scatti realizzati da entrambi quello stesso giorno: diventa così affascinante accostare composizione, toni, stile… aiutati dai due diversi supporti utilizzati (35 mm per Capa e medio formato per Gerda) che li rendono immediatamente riconoscibili.
Posted 3 years ago & Filed under robert capa, gerda taro, slightly out of focus, the falling soldier, 1 note
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