(Picture by Paolo Pellegrin)
Paolo Pellegrin embodies the possibility for photojournalism to coexist with a strong aesthetic approach.
It’s just a matter of vocabulary. Choosing the words doesn’t mean to lie, despite what seemed to emerge from last Visa pour l’Image (if interested, read this in-depth article)
Generally, daring exhibition proposals are not Forma Foto’s strong point, but the Foundation has the merit of having organised the first huge retrospective dedicated to this great photographer.
Dies Irae
Pictures by Paolo Pellegrin
From February 18th to May 15th 2011
Every day from 10 a.m. to 8 p.m.
Thursday and Friday from 10 a.m. to 10 p.m.
Closed on Monday
Ticket: full price 7,50 euro, reduction 6,00 euro, school 4,00 euro
Info: +39 02 58118067
Fondazione Forma per la Fotografia
Milan, Piazza Tito Lucrezio Caro 1
www.formafoto.it
————————————————————————————————————————————————————-
www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/389863
Ha inaugurato alla Fondazione Forma di Milano la prima vasta retrospettiva dedicata a Paolo Pellegrin.
Duecento immagini che non solo raccontano la sua carriera di fotogiornalista, ma inevitabilmente anche il mondo contemporaneo, un “archivio della nostra memoria collettiva” quale lui stesso definisce il proprio lavoro: Iraq, Afghanistan, Darfur, Haiti, Libano, Gaza, lo tsunami e l’uragano Katrina, la piaga dell’Aids e così via. Ciò si traduce in un feroce viaggio nel dolore che spezza le vite e gli sguardi delle persone a tutte le latitudini.
Nonostante non manchino immagini esplicite e di forte crudezza, Pellegrin ha il pregio di non “compiacersi” della sofferenza quanto numerosi suoi colleghi, che in genere la esibiscono proprio per compensare la mancanza di una visione fotografica sufficientemente potente.
Se c’è qualcosa di cui pare forse compiacersi è l’estetica del suo linguaggio, ma non si può certo fargliene una colpa.
È il bianco e nero, che rappresenta la maggior parte della sua produzione più nota, ad incarnare appieno la sua cifra stilistica: immagini “sporche” e materiche, cupe, fortemente contrastate, dunque drammatiche nel senso più teatrale del termine. Ancora, il mosso e la sfocatura - che ci paiono non sempre derivare necessariamente dai ritmi concitati del mestiere di reporter - aggiungono un’ulteriore “patina”, come se la composizione venisse rifinita da sapienti pennellate finali.
Scene assolute ed asciutte che raccontano intere storie in un solo frame, in molte delle quali è un preciso dettaglio, apparentemente secondario, ad orientare il nostro sguardo. Può trattarsi di un paio d’occhi fra molti altri, di richiami per similitudine o contrapposizione, di geometrie, di un semplice gesto.
Uno stile, il suo, che funziona anche in territori lontanissimi da quelli della guerra e del dolore. Lo testimonia Great Performers, una bella galleria di ritratti di star di Hollywood che ha vinto l’anno scorso un Sony World Photography Award.
Pellegrin è insomma la dimostrazione vivente che il reportage non è una mera registrazione della cronaca, ma il racconto di essa restituito con un linguaggio frutto della propria visione fotografica. Ogni frase di quel racconto comincia con le scelte attuate al momento dello scatto per concludersi con la fase di elaborazione digitale e stampa. Eppure in tanti continuano a scagliarsi ciecamente contro la postproduzione cadendo nel becero equivoco che vuole la documentazione un genere vergine irreparabilmente contaminato da Photoshop, che non può convivere con una evidente espressione estetica e che, anzi, da essa rischia di risultare imbastardito. Basti pensare alle sparate dell’ultimo Visa pour l’Image, noto festival di fotogiornalismo di Perpignan che, ironia della sorte, ha invitato proprio Pellegrin a parlare del suo lavoro (se vi interessa l’argomento, qui trovate un approfondimento).
Forse che Hemingway usasse sintassi e figure retoriche troppo forbite per descrivere la guerra di Spagna? Scegliere le parole non significa mentire o fuorviare, perché allora chiedere a un fotografo di impoverire il proprio vocabolario?
La lingua di Pellegrin è invece assai ricca e la mostra presso Forma Foto – le cui proposte espositive non brillano in genere per freschezza – vale davvero una visita.
Dies Irae
Fotografie di Paolo Pellegrin
Dal 18 febbraio al 15 maggio 2011
Tutti i giorni dalle 10 alle 20
Giovedì e Venerdì fino alle 22. Chiuso il Lunedì
Costo biglietto: 7.50 euro Ridotto 6 euro Scuole 4 euro
Per informazioni: 02 58118067
Fondazione Forma per la Fotografia
Milano, Piazza Tito Lucrezio Caro, 1
www.formafoto.it
(Picture by Paolo Pellegrin)
Paolo Pellegrin embodies the possibility for photojournalism to coexist with a strong aesthetic approach.
It’s just a matter of vocabulary. Choosing the words doesn’t mean to lie, despite what seemed to emerge from last Visa pour l’Image (if interested, read this in-depth article)
Generally, daring exhibition proposals are not Forma Foto’s strong point, but the Foundation has the merit of having organised the first huge retrospective dedicated to this great photographer.
Dies Irae
Pictures by Paolo Pellegrin
From February 18th to May 15th 2011
Every day from 10 a.m. to 8 p.m.
Thursday and Friday from 10 a.m. to 10 p.m.
Closed on Monday
Ticket: full price 7,50 euro, reduction 6,00 euro, school 4,00 euro
Info: +39 02 58118067
Fondazione Forma per la Fotografia
Milan, Piazza Tito Lucrezio Caro 1
www.formafoto.it
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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/389863
Ha inaugurato alla Fondazione Forma di Milano la prima vasta retrospettiva dedicata a Paolo Pellegrin.
Duecento immagini che non solo raccontano la sua carriera di fotogiornalista, ma inevitabilmente anche il mondo contemporaneo, un “archivio della nostra memoria collettiva” quale lui stesso definisce il proprio lavoro: Iraq, Afghanistan, Darfur, Haiti, Libano, Gaza, lo tsunami e l’uragano Katrina, la piaga dell’Aids e così via. Ciò si traduce in un feroce viaggio nel dolore che spezza le vite e gli sguardi delle persone a tutte le latitudini.
Nonostante non manchino immagini esplicite e di forte crudezza, Pellegrin ha il pregio di non “compiacersi” della sofferenza quanto numerosi suoi colleghi, che in genere la esibiscono proprio per compensare la mancanza di una visione fotografica sufficientemente potente.
Se c’è qualcosa di cui pare forse compiacersi è l’estetica del suo linguaggio, ma non si può certo fargliene una colpa.
È il bianco e nero, che rappresenta la maggior parte della sua produzione più nota, ad incarnare appieno la sua cifra stilistica: immagini “sporche” e materiche, cupe, fortemente contrastate, dunque drammatiche nel senso più teatrale del termine. Ancora, il mosso e la sfocatura - che ci paiono non sempre derivare necessariamente dai ritmi concitati del mestiere di reporter - aggiungono un’ulteriore “patina”, come se la composizione venisse rifinita da sapienti pennellate finali.
Scene assolute ed asciutte che raccontano intere storie in un solo frame, in molte delle quali è un preciso dettaglio, apparentemente secondario, ad orientare il nostro sguardo. Può trattarsi di un paio d’occhi fra molti altri, di richiami per similitudine o contrapposizione, di geometrie, di un semplice gesto.
Uno stile, il suo, che funziona anche in territori lontanissimi da quelli della guerra e del dolore. Lo testimonia Great Performers, una bella galleria di ritratti di star di Hollywood che ha vinto l’anno scorso un Sony World Photography Award.
Pellegrin è insomma la dimostrazione vivente che il reportage non è una mera registrazione della cronaca, ma il racconto di essa restituito con un linguaggio frutto della propria visione fotografica. Ogni frase di quel racconto comincia con le scelte attuate al momento dello scatto per concludersi con la fase di elaborazione digitale e stampa. Eppure in tanti continuano a scagliarsi ciecamente contro la postproduzione cadendo nel becero equivoco che vuole la documentazione un genere vergine irreparabilmente contaminato da Photoshop, che non può convivere con una evidente espressione estetica e che, anzi, da essa rischia di risultare imbastardito. Basti pensare alle sparate dell’ultimo Visa pour l’Image, noto festival di fotogiornalismo di Perpignan che, ironia della sorte, ha invitato proprio Pellegrin a parlare del suo lavoro (se vi interessa l’argomento, qui trovate un approfondimento).
Forse che Hemingway usasse sintassi e figure retoriche troppo forbite per descrivere la guerra di Spagna? Scegliere le parole non significa mentire o fuorviare, perché allora chiedere a un fotografo di impoverire il proprio vocabolario?
La lingua di Pellegrin è invece assai ricca e la mostra presso Forma Foto – le cui proposte espositive non brillano in genere per freschezza – vale davvero una visita.
Dies Irae
Fotografie di Paolo Pellegrin
Dal 18 febbraio al 15 maggio 2011
Tutti i giorni dalle 10 alle 20
Giovedì e Venerdì fino alle 22. Chiuso il Lunedì
Costo biglietto: 7.50 euro Ridotto 6 euro Scuole 4 euro
Per informazioni: 02 58118067
Fondazione Forma per la Fotografia
Milano, Piazza Tito Lucrezio Caro, 1
www.formafoto.it
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