(picture by Gabriele Croppi)
“Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a  cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will  never again return to them”. Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz
“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an  attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons  which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the  second and third generation to re-live a drama which is for them  extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental  compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence  between images and experienced reality. In this, images assume a  symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a  compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in  time both in the collective and individual memory.
Edizioni Sonda presents  Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012 LAS - Via Montepertico, 1 Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance. In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)
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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/
“Di loro, ai tuoi  amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo  cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice  apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la  mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.Shoah  è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non  anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni  di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato  prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei  sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza  di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la  preservi dal passare del tempo.Gabriele  Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una  lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia,  perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali,  portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle  torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce  cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui  una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua  vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto  autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è  probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie  fotografiche dedicate all’argomento.La mostra “Shoah e postmemoria” apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della  Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate  dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici  durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il  2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica,  ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il  concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro  sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha  coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del  ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta  esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni  cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto  sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che  assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza  e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti  di immagini retoriche della Shoah.Ecco  allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario  sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata  massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le  geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale,  quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di  ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice  l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui  provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa  tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.Non  ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci  racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua  ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta  di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la  nostra di esperienza.Questo  lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito.  Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente  fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?R.  E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato  un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile  conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del  “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la  rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo  che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per  dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre  discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho  riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di  conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah. D.  In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non  conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare  certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere  sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir  proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come  ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie  in questo contesto?R.  Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come  quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo”  della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile  di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga  mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera  l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si  tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed  empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene  ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più  superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici  lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato  anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso  rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di  difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo  fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera  emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima  persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre  susseguitesi in Nord Africa. Col  passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione,  di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è  una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio  artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso  nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo  qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la  direzione in cui va il mio lavoro. 
*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)
Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LASpresenta in anteprima Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele CroppiLa Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012Presso LAS - Via Montepertico, 1Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172) Qui alcune immagini. Il  giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico  della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza  dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino  Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi  della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica  rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

(picture by Gabriele Croppi)

Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will never again return to them”.
Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz


“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the second and third generation to re-live a drama which is for them extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence between images and experienced reality. In this, images assume a symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in time both in the collective and individual memory.

Edizioni Sonda presents
Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi
La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012
LAS - Via Montepertico, 1
Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance.
In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/

“Di loro, ai tuoi amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”
Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.


Shoah è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la preservi dal passare del tempo.
Gabriele Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia, perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali, portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie fotografiche dedicate all’argomento.

La mostra “Shoah e postmemoria apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il 2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica, ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti di immagini retoriche della Shoah.

Ecco allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale, quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.
Non ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la nostra di esperienza.

Questo lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito. Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.

D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?

R. E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah.

D. In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie in questo contesto?

R. Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo” della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre susseguitesi in Nord Africa.
Col passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione, di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la direzione in cui va il mio lavoro.



*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)



Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LAS
presenta in anteprima
Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele Croppi
La Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012
Presso LAS - Via Montepertico, 1
Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.
Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172)
Qui alcune immagini.
 
Il giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

(picture by Gabriele Croppi)
“Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a  cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will  never again return to them”. Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz
“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an  attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons  which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the  second and third generation to re-live a drama which is for them  extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental  compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence  between images and experienced reality. In this, images assume a  symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a  compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in  time both in the collective and individual memory.
Edizioni Sonda presents  Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012 LAS - Via Montepertico, 1 Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance. In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)
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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/
“Di loro, ai tuoi  amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo  cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice  apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la  mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.Shoah  è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non  anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni  di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato  prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei  sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza  di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la  preservi dal passare del tempo.Gabriele  Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una  lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia,  perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali,  portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle  torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce  cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui  una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua  vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto  autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è  probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie  fotografiche dedicate all’argomento.La mostra “Shoah e postmemoria” apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della  Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate  dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici  durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il  2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica,  ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il  concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro  sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha  coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del  ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta  esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni  cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto  sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che  assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza  e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti  di immagini retoriche della Shoah.Ecco  allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario  sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata  massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le  geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale,  quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di  ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice  l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui  provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa  tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.Non  ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci  racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua  ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta  di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la  nostra di esperienza.Questo  lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito.  Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente  fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?R.  E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato  un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile  conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del  “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la  rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo  che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per  dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre  discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho  riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di  conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah. D.  In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non  conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare  certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere  sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir  proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come  ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie  in questo contesto?R.  Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come  quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo”  della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile  di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga  mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera  l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si  tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed  empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene  ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più  superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici  lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato  anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso  rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di  difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo  fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera  emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima  persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre  susseguitesi in Nord Africa. Col  passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione,  di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è  una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio  artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso  nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo  qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la  direzione in cui va il mio lavoro. 
*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)
Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LASpresenta in anteprima Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele CroppiLa Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012Presso LAS - Via Montepertico, 1Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172) Qui alcune immagini. Il  giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico  della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza  dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino  Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi  della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica  rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

(picture by Gabriele Croppi)

Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will never again return to them”.
Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz


“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the second and third generation to re-live a drama which is for them extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence between images and experienced reality. In this, images assume a symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in time both in the collective and individual memory.

Edizioni Sonda presents
Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi
La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012
LAS - Via Montepertico, 1
Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance.
In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/

“Di loro, ai tuoi amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”
Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.


Shoah è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la preservi dal passare del tempo.
Gabriele Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia, perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali, portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie fotografiche dedicate all’argomento.

La mostra “Shoah e postmemoria apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il 2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica, ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti di immagini retoriche della Shoah.

Ecco allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale, quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.
Non ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la nostra di esperienza.

Questo lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito. Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.

D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?

R. E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah.

D. In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie in questo contesto?

R. Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo” della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre susseguitesi in Nord Africa.
Col passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione, di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la direzione in cui va il mio lavoro.



*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)



Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LAS
presenta in anteprima
Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele Croppi
La Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012
Presso LAS - Via Montepertico, 1
Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.
Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172)
Qui alcune immagini.
 
Il giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

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