(picture by Paolo Pellegrin, Darfur 2004)
Jean-François Leroy, Visa Pour l’Image’s co-founder and director, hits out at digital abuses in the field. He speaks about “false-journalism”, he gets “mad to see the amount of Photoshop manipulation there is now”. He says he has recently seen a “magnificent” project focused on Afghanistan which would have been much better “without the diverse Photoshop filters used by the photographer”.We don’t need to listen to Leroy to know ethics is (should be) the basis of photojournalism. But it seems he’s not just talking about the misleading, biased reports we all reject, but about the freedom to choose an aesthetic approach even when documenting reality. Photographers mark every image with their vision, their choices and aims, far before the shot. Digital is a false problem.It’s funny to have a look at the Visa Pour l’Image’s calendar: many seminars held by software companies which inlustrate not only the fundamental tools, but also the extended instruments condemned by the festival’s director.And what about Paolo Pellegrin, invited to present his works? Does Leroy think his camera produces the images exactly how we see them on magazines? Pellegrin is one of the best example of the mix of aesthetic vision and journalism.The British Journal of Photography reminds that, before Leroy, Roberto Koch, who was a judge on the Photojournalism and Documentary panel at this year’s Sony World Photography Awards, warned that photojournalists are in danger of producing images aimed at competitions instead of the press. Well, then he added that a few big, powerful agencies dominate the market, magazines have reduced the assignments and contests have become a lucrative alternative, especially for indipendent photographers.So?
———————————————————————————————————————-

www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/314312/

Si è concluso un paio di settimane fa il Visa pour l’Image, noto festival di fotogiornalismo di Perpignan.Che la professione sia in crisi è un dato di fatto, tanto che in Francia lo stesso Frédéric Mitterrand, ministro della cultura, va promettendo fondi pubblici a sostegno di questo tipo di informazione. L’editoria arranca e capita sempre più spesso che i servizi siano commissionati dalle Ong, ci si confronta coi nuovi media (vedi iPad) e si fa ancora una volta il punto della situazione su un mestiere che sta cambiando.E’ in merito al dibattito su etica e deontologia che il direttore del festival, Jean-François Leroy, dà del suo meglio scagliandosi contro il “falsogiornalismo” dell’era digitale. Leroy dice di “diventare pazzo a vedere il massiccio ricorso a Photoshop” di questi tempi e consiglia alle giurie di “fare attenzione”. Giurie che finiscono per rifugiarsi nella prova del raw, che ieri era quella del negativo.In molti avrete letto di Stepan Rudik, terzo classificato nella sezione sport all’ultimo World Press Photo con “Street Fighting, Kiev Ucraine” e successivamente squalificato perché reo di aver tagliato un piede. No, non per “costruire” un finto invalido, ci riferiamo al piede di un soggetto in secondo piano che faceva capolino proprio al centro della foto (ritagliata, ma questo è considerato lecito). In pratica il fotoritocco deve essere conforme “agli standard comunemente accettati nel settore” (?). 
[qui è possibile confrontare il raw con l’immagine in concorso]
Sempre Jean-François Leory racconta di aver recentemente visto un ottimo lavoro sull’Afghanistan, ma che “senza l’uso dei filtri di Photoshop sarebbe stato ancora meglio”. Solo a noi questo suona più come un giudizio di valore che come una personale e legittima opinione?Quello che non capiamo è tutta questa paura del digitale “a prescindere”, quando basta il buon senso a sancire che etica e senso della responsabilità dovrebbero essere le premesse stesse al fotogiornalismo. Ingenuo pensare si stia parlando solo della condanna (ovvia e sacrosanta) del ritocco disonesto, fazioso e volutamente fuorviante; quella messa in discussione ci pare essere l’elaborazione tout court dell’immagine come se i reporter non croppassero e ritoccassero le loro foto dagli albori della fotografia. Come se esistesse una foto di immacolata concezione, sulla quale le scelte del suo autore, a partire dal momento stesso dello scatto, non abbiano alcuna influenza.  Davvero chi si occupa di fotogiornalismo deve rinunciare a sviluppare un proprio linguaggio espressivo? E perché allora quest’anno il Visa Pour l’Image mette in programma, in tre date diverse, un incontro con Paolo Pellegrin che presenta i suoi lavori degli ultimi 10 anni? Credono forse che la sua fotocamera produca le immagini così come le vediamo stampate? In pratica è stato scelto uno degli esempi in assoluto più felici, a nostro parere, di connubio fra giornalismo e ricerca estetica.In calendario vi segnaliamo anche vari seminari dedicati a software per la fotografia: passi per riduzione del rumore, correzione lente… ma hdr e altri strumenti “extended”, citati in programma, avevamo capito facessero parte dell’esercito dei “cattivi”… A onor del vero questa crociata raccoglie ovunque adesioni. Come ricorda il British Journal of Photography, prima di Leroy, Roberto Koch, in occasione degli ultimi Sony World Photography Awards – dove era presente in qualità di giurato per la sezione “Photojournalism and Documentary” – ammoniva i reporter a non produrre immagini volutamente destinate a vincere concorsi piuttosto che a comparire sulla stampa facendo l’esempio di Pietro Masturzo (il suo servizio realizzato in Iran è stato pubblicato solo dopo aver vinto il World Press 2010). Certo, nella stessa sede, il direttore di Contrasto aggiungeva che lo strapotere di poche, grandi agenzie internazionali, unito alla recessione dell’editoria, rende davvero dura la vita dei fotografi, specie se indipendenti, tanto da fare dei concorsi stessi un’alternativa fonte di guadagno. Ergo?

(picture by Paolo Pellegrin, Darfur 2004)

Jean-François Leroy, Visa Pour l’Image’s co-founder and director, hits out at digital abuses in the field. He speaks about “false-journalism”, he gets “mad to see the amount of Photoshop manipulation there is now”. He says he has recently seen a “magnificent” project focused on Afghanistan which would have been much better “without the diverse Photoshop filters used by the photographer”.
We don’t need to listen to Leroy to know ethics is (should be) the basis of photojournalism. But it seems he’s not just talking about the misleading, biased reports we all reject, but about the freedom to choose an aesthetic approach even when documenting reality. Photographers mark every image with their vision, their choices and aims, far before the shot. Digital is a false problem.
It’s funny to have a look at the Visa Pour l’Image’s calendar: many seminars held by software companies which inlustrate not only the fundamental tools, but also the extended instruments condemned by the festival’s director.
And what about Paolo Pellegrin, invited to present his works? Does Leroy think his camera produces the images exactly how we see them on magazines? Pellegrin is one of the best example of the mix of aesthetic vision and journalism.
The British Journal of Photography reminds that, before Leroy, Roberto Koch, who was a judge on the Photojournalism and Documentary panel at this year’s Sony World Photography Awards, warned that photojournalists are in danger of producing images aimed at competitions instead of the press. Well, then he added that a few big, powerful agencies dominate the market, magazines have reduced the assignments and contests have become a lucrative alternative, especially for indipendent photographers.
So?

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/314312/

Si è concluso un paio di settimane fa il Visa pour l’Image, noto festival di fotogiornalismo di Perpignan.
Che la professione sia in crisi è un dato di fatto, tanto che in Francia lo stesso Frédéric Mitterrand, ministro della cultura, va promettendo fondi pubblici a sostegno di questo tipo di informazione. L’editoria arranca e capita sempre più spesso che i servizi siano commissionati dalle Ong, ci si confronta coi nuovi media (vedi iPad) e si fa ancora una volta il punto della situazione su un mestiere che sta cambiando.
E’ in merito al dibattito su etica e deontologia che il direttore del festival, Jean-François Leroy, dà del suo meglio scagliandosi contro il “falsogiornalismo” dell’era digitale. Leroy dice di “diventare pazzo a vedere il massiccio ricorso a Photoshop” di questi tempi e consiglia alle giurie di “fare attenzione”.
Giurie che finiscono per rifugiarsi nella prova del raw, che ieri era quella del negativo.
In molti avrete letto di Stepan Rudik, terzo classificato nella sezione sport all’ultimo World Press Photo con “Street Fighting, Kiev Ucraine” e successivamente squalificato perché reo di aver tagliato un piede. No, non per “costruire” un finto invalido, ci riferiamo al piede di un soggetto in secondo piano che faceva capolino proprio al centro della foto (ritagliata, ma questo è considerato lecito). In pratica il fotoritocco deve essere conforme “agli standard comunemente accettati nel settore” (?). 

[qui è possibile confrontare il raw con l’immagine in concorso]

Sempre Jean-François Leory racconta di aver recentemente visto un ottimo lavoro sull’Afghanistan, ma che “senza l’uso dei filtri di Photoshop sarebbe stato ancora meglio”. Solo a noi questo suona più come un giudizio di valore che come una personale e legittima opinione?
Quello che non capiamo è tutta questa paura del digitale “a prescindere”, quando basta il buon senso a sancire che etica e senso della responsabilità dovrebbero essere le premesse stesse al fotogiornalismo. Ingenuo pensare si stia parlando solo della condanna (ovvia e sacrosanta) del ritocco disonesto, fazioso e volutamente fuorviante; quella messa in discussione ci pare essere l’elaborazione tout court dell’immagine come se i reporter non croppassero e ritoccassero le loro foto dagli albori della fotografia. Come se esistesse una foto di immacolata concezione, sulla quale le scelte del suo autore, a partire dal momento stesso dello scatto, non abbiano alcuna influenza. 
Davvero chi si occupa di fotogiornalismo deve rinunciare a sviluppare un proprio linguaggio espressivo? E perché allora quest’anno il Visa Pour l’Image mette in programma, in tre date diverse, un incontro con Paolo Pellegrin che presenta i suoi lavori degli ultimi 10 anni? Credono forse che la sua fotocamera produca le immagini così come le vediamo stampate? In pratica è stato scelto uno degli esempi in assoluto più felici, a nostro parere, di connubio fra giornalismo e ricerca estetica.
In calendario vi segnaliamo anche vari seminari dedicati a software per la fotografia: passi per riduzione del rumore, correzione lente… ma hdr e altri strumenti “extended”, citati in programma, avevamo capito facessero parte dell’esercito dei “cattivi”…

A onor del vero questa crociata raccoglie ovunque adesioni. Come ricorda il British Journal of Photography, prima di Leroy, Roberto Koch, in occasione degli ultimi Sony World Photography Awards – dove era presente in qualità di giurato per la sezione “Photojournalism and Documentary” – ammoniva i reporter a non produrre immagini volutamente destinate a vincere concorsi piuttosto che a comparire sulla stampa facendo l’esempio di Pietro Masturzo (il suo servizio realizzato in Iran è stato pubblicato solo dopo aver vinto il World Press 2010). Certo, nella stessa sede, il direttore di Contrasto aggiungeva che lo strapotere di poche, grandi agenzie internazionali, unito alla recessione dell’editoria, rende davvero dura la vita dei fotografi, specie se indipendenti, tanto da fare dei concorsi stessi un’alternativa fonte di guadagno.
Ergo?

(picture by Paolo Pellegrin, Darfur 2004)
Jean-François Leroy, Visa Pour l’Image’s co-founder and director, hits out at digital abuses in the field. He speaks about “false-journalism”, he gets “mad to see the amount of Photoshop manipulation there is now”. He says he has recently seen a “magnificent” project focused on Afghanistan which would have been much better “without the diverse Photoshop filters used by the photographer”.We don’t need to listen to Leroy to know ethics is (should be) the basis of photojournalism. But it seems he’s not just talking about the misleading, biased reports we all reject, but about the freedom to choose an aesthetic approach even when documenting reality. Photographers mark every image with their vision, their choices and aims, far before the shot. Digital is a false problem.It’s funny to have a look at the Visa Pour l’Image’s calendar: many seminars held by software companies which inlustrate not only the fundamental tools, but also the extended instruments condemned by the festival’s director.And what about Paolo Pellegrin, invited to present his works? Does Leroy think his camera produces the images exactly how we see them on magazines? Pellegrin is one of the best example of the mix of aesthetic vision and journalism.The British Journal of Photography reminds that, before Leroy, Roberto Koch, who was a judge on the Photojournalism and Documentary panel at this year’s Sony World Photography Awards, warned that photojournalists are in danger of producing images aimed at competitions instead of the press. Well, then he added that a few big, powerful agencies dominate the market, magazines have reduced the assignments and contests have become a lucrative alternative, especially for indipendent photographers.So?
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Si è concluso un paio di settimane fa il Visa pour l’Image, noto festival di fotogiornalismo di Perpignan.Che la professione sia in crisi è un dato di fatto, tanto che in Francia lo stesso Frédéric Mitterrand, ministro della cultura, va promettendo fondi pubblici a sostegno di questo tipo di informazione. L’editoria arranca e capita sempre più spesso che i servizi siano commissionati dalle Ong, ci si confronta coi nuovi media (vedi iPad) e si fa ancora una volta il punto della situazione su un mestiere che sta cambiando.E’ in merito al dibattito su etica e deontologia che il direttore del festival, Jean-François Leroy, dà del suo meglio scagliandosi contro il “falsogiornalismo” dell’era digitale. Leroy dice di “diventare pazzo a vedere il massiccio ricorso a Photoshop” di questi tempi e consiglia alle giurie di “fare attenzione”. Giurie che finiscono per rifugiarsi nella prova del raw, che ieri era quella del negativo.In molti avrete letto di Stepan Rudik, terzo classificato nella sezione sport all’ultimo World Press Photo con “Street Fighting, Kiev Ucraine” e successivamente squalificato perché reo di aver tagliato un piede. No, non per “costruire” un finto invalido, ci riferiamo al piede di un soggetto in secondo piano che faceva capolino proprio al centro della foto (ritagliata, ma questo è considerato lecito). In pratica il fotoritocco deve essere conforme “agli standard comunemente accettati nel settore” (?). 
[qui è possibile confrontare il raw con l’immagine in concorso]
Sempre Jean-François Leory racconta di aver recentemente visto un ottimo lavoro sull’Afghanistan, ma che “senza l’uso dei filtri di Photoshop sarebbe stato ancora meglio”. Solo a noi questo suona più come un giudizio di valore che come una personale e legittima opinione?Quello che non capiamo è tutta questa paura del digitale “a prescindere”, quando basta il buon senso a sancire che etica e senso della responsabilità dovrebbero essere le premesse stesse al fotogiornalismo. Ingenuo pensare si stia parlando solo della condanna (ovvia e sacrosanta) del ritocco disonesto, fazioso e volutamente fuorviante; quella messa in discussione ci pare essere l’elaborazione tout court dell’immagine come se i reporter non croppassero e ritoccassero le loro foto dagli albori della fotografia. Come se esistesse una foto di immacolata concezione, sulla quale le scelte del suo autore, a partire dal momento stesso dello scatto, non abbiano alcuna influenza.  Davvero chi si occupa di fotogiornalismo deve rinunciare a sviluppare un proprio linguaggio espressivo? E perché allora quest’anno il Visa Pour l’Image mette in programma, in tre date diverse, un incontro con Paolo Pellegrin che presenta i suoi lavori degli ultimi 10 anni? Credono forse che la sua fotocamera produca le immagini così come le vediamo stampate? In pratica è stato scelto uno degli esempi in assoluto più felici, a nostro parere, di connubio fra giornalismo e ricerca estetica.In calendario vi segnaliamo anche vari seminari dedicati a software per la fotografia: passi per riduzione del rumore, correzione lente… ma hdr e altri strumenti “extended”, citati in programma, avevamo capito facessero parte dell’esercito dei “cattivi”… A onor del vero questa crociata raccoglie ovunque adesioni. Come ricorda il British Journal of Photography, prima di Leroy, Roberto Koch, in occasione degli ultimi Sony World Photography Awards – dove era presente in qualità di giurato per la sezione “Photojournalism and Documentary” – ammoniva i reporter a non produrre immagini volutamente destinate a vincere concorsi piuttosto che a comparire sulla stampa facendo l’esempio di Pietro Masturzo (il suo servizio realizzato in Iran è stato pubblicato solo dopo aver vinto il World Press 2010). Certo, nella stessa sede, il direttore di Contrasto aggiungeva che lo strapotere di poche, grandi agenzie internazionali, unito alla recessione dell’editoria, rende davvero dura la vita dei fotografi, specie se indipendenti, tanto da fare dei concorsi stessi un’alternativa fonte di guadagno. Ergo?

(picture by Paolo Pellegrin, Darfur 2004)

Jean-François Leroy, Visa Pour l’Image’s co-founder and director, hits out at digital abuses in the field. He speaks about “false-journalism”, he gets “mad to see the amount of Photoshop manipulation there is now”. He says he has recently seen a “magnificent” project focused on Afghanistan which would have been much better “without the diverse Photoshop filters used by the photographer”.
We don’t need to listen to Leroy to know ethics is (should be) the basis of photojournalism. But it seems he’s not just talking about the misleading, biased reports we all reject, but about the freedom to choose an aesthetic approach even when documenting reality. Photographers mark every image with their vision, their choices and aims, far before the shot. Digital is a false problem.
It’s funny to have a look at the Visa Pour l’Image’s calendar: many seminars held by software companies which inlustrate not only the fundamental tools, but also the extended instruments condemned by the festival’s director.
And what about Paolo Pellegrin, invited to present his works? Does Leroy think his camera produces the images exactly how we see them on magazines? Pellegrin is one of the best example of the mix of aesthetic vision and journalism.
The British Journal of Photography reminds that, before Leroy, Roberto Koch, who was a judge on the Photojournalism and Documentary panel at this year’s Sony World Photography Awards, warned that photojournalists are in danger of producing images aimed at competitions instead of the press. Well, then he added that a few big, powerful agencies dominate the market, magazines have reduced the assignments and contests have become a lucrative alternative, especially for indipendent photographers.
So?

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Si è concluso un paio di settimane fa il Visa pour l’Image, noto festival di fotogiornalismo di Perpignan.
Che la professione sia in crisi è un dato di fatto, tanto che in Francia lo stesso Frédéric Mitterrand, ministro della cultura, va promettendo fondi pubblici a sostegno di questo tipo di informazione. L’editoria arranca e capita sempre più spesso che i servizi siano commissionati dalle Ong, ci si confronta coi nuovi media (vedi iPad) e si fa ancora una volta il punto della situazione su un mestiere che sta cambiando.
E’ in merito al dibattito su etica e deontologia che il direttore del festival, Jean-François Leroy, dà del suo meglio scagliandosi contro il “falsogiornalismo” dell’era digitale. Leroy dice di “diventare pazzo a vedere il massiccio ricorso a Photoshop” di questi tempi e consiglia alle giurie di “fare attenzione”.
Giurie che finiscono per rifugiarsi nella prova del raw, che ieri era quella del negativo.
In molti avrete letto di Stepan Rudik, terzo classificato nella sezione sport all’ultimo World Press Photo con “Street Fighting, Kiev Ucraine” e successivamente squalificato perché reo di aver tagliato un piede. No, non per “costruire” un finto invalido, ci riferiamo al piede di un soggetto in secondo piano che faceva capolino proprio al centro della foto (ritagliata, ma questo è considerato lecito). In pratica il fotoritocco deve essere conforme “agli standard comunemente accettati nel settore” (?). 

[qui è possibile confrontare il raw con l’immagine in concorso]

Sempre Jean-François Leory racconta di aver recentemente visto un ottimo lavoro sull’Afghanistan, ma che “senza l’uso dei filtri di Photoshop sarebbe stato ancora meglio”. Solo a noi questo suona più come un giudizio di valore che come una personale e legittima opinione?
Quello che non capiamo è tutta questa paura del digitale “a prescindere”, quando basta il buon senso a sancire che etica e senso della responsabilità dovrebbero essere le premesse stesse al fotogiornalismo. Ingenuo pensare si stia parlando solo della condanna (ovvia e sacrosanta) del ritocco disonesto, fazioso e volutamente fuorviante; quella messa in discussione ci pare essere l’elaborazione tout court dell’immagine come se i reporter non croppassero e ritoccassero le loro foto dagli albori della fotografia. Come se esistesse una foto di immacolata concezione, sulla quale le scelte del suo autore, a partire dal momento stesso dello scatto, non abbiano alcuna influenza. 
Davvero chi si occupa di fotogiornalismo deve rinunciare a sviluppare un proprio linguaggio espressivo? E perché allora quest’anno il Visa Pour l’Image mette in programma, in tre date diverse, un incontro con Paolo Pellegrin che presenta i suoi lavori degli ultimi 10 anni? Credono forse che la sua fotocamera produca le immagini così come le vediamo stampate? In pratica è stato scelto uno degli esempi in assoluto più felici, a nostro parere, di connubio fra giornalismo e ricerca estetica.
In calendario vi segnaliamo anche vari seminari dedicati a software per la fotografia: passi per riduzione del rumore, correzione lente… ma hdr e altri strumenti “extended”, citati in programma, avevamo capito facessero parte dell’esercito dei “cattivi”…

A onor del vero questa crociata raccoglie ovunque adesioni. Come ricorda il British Journal of Photography, prima di Leroy, Roberto Koch, in occasione degli ultimi Sony World Photography Awards – dove era presente in qualità di giurato per la sezione “Photojournalism and Documentary” – ammoniva i reporter a non produrre immagini volutamente destinate a vincere concorsi piuttosto che a comparire sulla stampa facendo l’esempio di Pietro Masturzo (il suo servizio realizzato in Iran è stato pubblicato solo dopo aver vinto il World Press 2010). Certo, nella stessa sede, il direttore di Contrasto aggiungeva che lo strapotere di poche, grandi agenzie internazionali, unito alla recessione dell’editoria, rende davvero dura la vita dei fotografi, specie se indipendenti, tanto da fare dei concorsi stessi un’alternativa fonte di guadagno.
Ergo?

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Web editor and editorial coordinator for Photographers.it and its sections on LaStampa.it and IlGiornale.it

Photographer: personal site/life [always] under construction; commercial portfolio, in partnership with Gianluca Destro, at www.d2photo.it

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Fotografa, web editor e coordinatrice editoriale.
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