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wmacao (City assembly on May 10th. Among the participants, Nobel Prize Dario Fo)

On saturday May the 5th many citizens and workers in the fields of arts, entertainment and culture entered and occupied the tower Galfa, in order to create Macao, the new arts center in Milan.
The tower is owned by Fondiaria Sai whose honorary reference is Ligresti. The tower is located in a historic office skyscraper in the centrum of Milan, which has been left abandoned for more than fifteen years.
In an extraordinary way, the creation of a new space for arts involved thousands of people, that since one week are working hard to make this space livable and visible.
A lot of us every day come to Macao and experience the sharing of purposes and vision, which is letting emerge a brand new perspective about the creation of an arts and culture center in the city.
We are receiving numerous requests, by academies, universities and intellectuals that want to participate to this project in Macao, by sharing their knowledge, providing their own means of production, carrying whole classes and workshops in a space that, increasingly, is emerging as an ultimate imaginable situation of beauty and cultural enrichment.
We believe that this process of participation that we are all living with wonder and enthusiasm can really represent the birth of a new perspective and a way to rethink the culture, especially during these times in which, too often, culture itself is considered as something relegated to secondary importance, because of a generalized crisis that keeps preventing us from imagining a future truly full of chances. We, instead, believe that Macao is showing, with strength, tenacity and vision, another concept of thinking about power relations and another way of understanding life times. All this is contagious.
That said, the threat of imminent eviction is very heavy and we should not leave this wonderful process in the hands of the logic of police repression.
WE ASK TO ALL OF US, ALL CITIZENS, ARTISTS AND THINKERS, TO SHARE AND SPREAD THIS APPEAL TO PROTECT MACAO.
Send an email to proteggiamomacao@gmail.com to sign the call of support

————————————————————————————————————————

Sabato 5 Maggio i cittadini e i lavoratori dell’arte, dello spettacolo e della cultura sono entrati nella torre Galfa per aprire Macao, il nuovo centro per le arti di Milano.La torre Galfa è di proprietà di Fondiaria SAI li cui presidente onorario è Ligresti, uno storico grattacielo nel centro direzionale di Milano, abbandonato da più di quindici anni.Un’apertura che ha coinvolto in modo straordinario e trasversale migliaia di persone, che da una settimana stanno lavorando senza sosta per rendere questo spazio vivibile e visibile.Siamo in tanti ogni giorno a sperimentare un’esperienza di condivisione, di intenti e di visioni che sta delineando una prospettiva inedita nella costituzione di un centro per le arti e la cultura in questa città.Innumerevoli le richieste da parte di Accademie, Università e intellettuali di partecipare a Macao, condividendo le loro conoscenze, mettendo a disposizione i loro mezzi di produzione, trasportando intere classi e workshop all’interno di uno spazio che, sempre più, si sta delineando come una situazione finalmente immaginabile di bellezza e di ricchezza.Crediamo che questo processo di partecipazione che tutti stiamo vivendo con stupore ed entusiasmo, rappresenti finalmente una nuova prospettiva di fare e ripensare la cultura, in un periodo dove troppo spesso questa è relegata a cosa di secondaria importanza, a causa di una crisi generalizzata che sempre più è dispositivo che ci impedisce di immaginare il futuro. Crediamo che a Macao si sta invece mostrando con forza, tenacia e incredibile visionarietà un altro modo di pensare i rapporti di forza e un altro modo di intendere i tempi di vita. Tutto questo è contagioso.Detto questo, le minacce di sgombero sono molto pesanti e imminenti, non dobbiamo lasciare questo meraviglioso processo in mano a una logica di repressione poliziesca. CHIEDIAMO AI TUTTI, CITTADINI, ARTISTI E INTELLETTUALI, DI SOTTOSCRIVERE E DIFFONDERE QUESTO APPELLO PER PROTEGGERE MACAO.
Macao Per firmare l’appello inviare una mail a proteggiamomacao@gmail.com

wmacao (City assembly on May 10th. Among the participants, Nobel Prize Dario Fo)

On saturday May the 5th many citizens and workers in the fields of arts, entertainment and culture entered and occupied the tower Galfa, in order to create Macao, the new arts center in Milan.

The tower is owned by Fondiaria Sai whose honorary reference is Ligresti. The tower is located in a historic office skyscraper in the centrum of Milan, which has been left abandoned for more than fifteen years.

In an extraordinary way, the creation of a new space for arts involved thousands of people, that since one week are working hard to make this space livable and visible.

A lot of us every day come to Macao and experience the sharing of purposes and vision, which is letting emerge a brand new perspective about the creation of an arts and culture center in the city.

We are receiving numerous requests, by academies, universities and intellectuals that want to participate to this project in Macao, by sharing their knowledge, providing their own means of production, carrying whole classes and workshops in a space that, increasingly, is emerging as an ultimate imaginable situation of beauty and cultural enrichment.

We believe that this process of participation that we are all living with wonder and enthusiasm can really represent the birth of a new perspective and a way to rethink the culture, especially during these times in which, too often, culture itself is considered as something relegated to secondary importance, because of a generalized crisis that keeps preventing us from imagining a future truly full of chances. We, instead, believe that Macao is showing, with strength, tenacity and vision, another concept of thinking about power relations and another way of understanding life times. All this is contagious.

That said, the threat of imminent eviction is very heavy and we should not leave this wonderful process in the hands of the logic of police repression.

WE ASK TO ALL OF US, ALL CITIZENS, ARTISTS AND THINKERS, TO SHARE AND SPREAD THIS APPEAL TO PROTECT MACAO.

Send an email to proteggiamomacao@gmail.com to sign the call of support

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Sabato 5 Maggio i cittadini e i lavoratori dell’arte, dello spettacolo e della cultura sono entrati nella torre Galfa per aprire Macao, il nuovo centro per le arti di Milano.
La torre Galfa è di proprietà di Fondiaria SAI li cui presidente onorario è Ligresti, uno storico grattacielo nel centro direzionale di Milano, abbandonato da più di quindici anni.
Un’apertura che ha coinvolto in modo straordinario e trasversale migliaia di persone, che da una settimana stanno lavorando senza sosta per rendere questo spazio vivibile e visibile.
Siamo in tanti ogni giorno a sperimentare un’esperienza di condivisione, di intenti e di visioni che sta delineando una prospettiva inedita nella costituzione di un centro per le arti e la cultura in questa città.
Innumerevoli le richieste da parte di Accademie, Università e intellettuali di partecipare a Macao, condividendo le loro conoscenze, mettendo a disposizione i loro mezzi di produzione, trasportando intere classi e workshop all’interno di uno spazio che, sempre più, si sta delineando come una situazione finalmente immaginabile di bellezza e di ricchezza.

Crediamo che questo processo di partecipazione che tutti stiamo vivendo con stupore ed entusiasmo, rappresenti finalmente una nuova prospettiva di fare e ripensare la cultura, in un periodo dove troppo spesso questa è relegata a cosa di secondaria importanza, a causa di una crisi generalizzata che sempre più è dispositivo che ci impedisce di immaginare il futuro. Crediamo che a Macao si sta invece mostrando con forza, tenacia e incredibile visionarietà un altro modo di pensare i rapporti di forza e un altro modo di intendere i tempi di vita. Tutto questo è contagioso.

Detto questo, le minacce di sgombero sono molto pesanti e imminenti, non dobbiamo lasciare questo meraviglioso processo in mano a una logica di repressione poliziesca. 

CHIEDIAMO AI TUTTI, CITTADINI, ARTISTI E INTELLETTUALI, DI SOTTOSCRIVERE E DIFFONDERE QUESTO APPELLO PER PROTEGGERE MACAO.

Macao

Per firmare l’appello inviare una mail a proteggiamomacao@gmail.com

(via wmacao)

(Picture by Gioberto/Noro: Camera #4 [2006], courtesy Galleria Alberto Peola)
Same team - Fabio Castelli with Studio 3/3 photography projects, Gigliola Foschi, Elio Grazioli, Roberto Mutti and Enrica Viganò - and game plan - one artist for each booth and one mini catalogue for each artist – for the second edition of MIA Fair.What is new: the Fashion Fine Art pavilion, the area focused on quality publishing and two awards, respectively promoted by Ferrarelle and BNL – BNP Gruppo Paribas. The first one will choose one indipendent artist (the so-called Proposte) and purchase one print for €10.000. The second one, of an amount of  €12.000, is addressed to the artists presented by the galleries and its jury has already selected 15 photographers. Among them, a giant the likes of Ugo Mulas who died in 1973 (and he’s not the only one dead person on the list). Don’t you think this prize would be much more useful to an alive contemporary talent?The fair, anyway, deserves a visit. If you can’t come to Milan, thank TheFairGoer you can do a tour lying on your sofa.
MIA – Milan Image Art FairSuperstudioPiù - Via Tortona 27, Milan (Italy)Thursday May 3rd 2012 by invitation only Friday May 4th from 12 pm to 10 pmSaturday May 5th from 11 am to 9 pmSunday May 6th from 11 am to 8 pmRatesFull-fare ticket, 15 €2 Days, 20 €Reduced rate, 12 € (student less than 26 years, Touring club members, FNAC card, Mediaworld card and groups 10 people )free entry - Children up to 12 years oldReduced rate———————————————————————————————————
www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/452242/
Torna il MIA - Milan Image Art Fair, l’unica fiera d’arte italiana interamente dedicata alla fotografia e (meno) al video. Squadra che vince non si cambia ed ecco allora che anche per la seconda edizione Fabio Castelli si è avvalso della collaborazione di Studio 3/3 photography projects, studio di ricerca sull’immagine fotografica, Gigliola Foschi, curatrice e giornalista, Elio Grazioli, critico d’arte contemporanea e curatore, Roberto Mutti, curatore e critico fotografico, Enrica Viganò, curatrice, critica fotografica e organizzatrice di eventi legati alla fotografia. Stesso anche lo schema in campo: uno stand per ogni artista (promosso da una galleria o dagli organizzatori), ad ogni artista il suo mini catalogo.  Duecentocinquanta gli espositori - spazi espositivi, fotografi indipendenti (le Proposte), archivi ed istituto di formazione, editoria specializzata e fotolaboratori - e fittissimo il calendario di incontri e presentazioni.Novità di quest’anno, il padiglione Fashion Fine Art Photography e una sezione appositamente dedicata all’editoria di qualità, dai libri storici al tanto di moda self-publishing.Non solo, alla loro prima edizione anche due premi indetti rispettivamente da Ferrarelle e BNL – BNP Gruppo Paribas, che con Lavazza e BMW supportano la manifestazione. Ciascuna giuria è  composta da un rappresentante del relativo sponsor promotore e dai membri del comitato scientifico di MIA: il primo, riservato alle Proposte, prevede l’acquisto da parte dell’azienda dell’opera vincitrice per un ammontare di 10 mila Euro; il secondo, di 12 mila Euro, ha già scremato, fra gli autori rappresentati dalle gallerie, una rosa di 15 alla ricerca di “individualità a confronto, di opportunità diverse, di passione per il passato insieme allo slancio propositivo verso il futuro”. Speriamo allora sia il futuro ad ispirare la scelta finale visto che la cifra stanziata meglio sarebbe impiegata per sostenere un talento contemporaneo piuttosto che un mostro sacro come Ugo Mulas (fra i 15!) che, lo dico a chi fosse sfuggito, è morto nel 1973. Assieme a lui, sempre in lizza per il premio, mi risulta ci abbiano lasciati anche Pasquale De Antonis e Davide Mosconi.L’ingresso costicchia, ma la manifestazione, va detto, merita la visita di insider, appassionati e curiosi. La miriade di micro personali la rende molto godibile e gli stimoli, nel complesso, sono molti. Non riuscite a venire a Milano? Grazie all’intelligente servizio di TheFairGoer potrete visitarla direttamente dalla poltrona di casa.Tante le aspettative, non potrebbe essere altrimenti visto che l’edizione precedente ha registrato un grandissimo successo di pubblico. Non solo, pare diverse gallerie, e con loro gli autori, si siano rallegrate per le vendite. Sarà lo stesso anche quest’anno? Il buco nero della crisi si fa più profondo, passa l’effetto novità e già le prime “Cassandre” di settore pronosticano che molte più stampe rimarranno “parcheggiate”. Non arricciate il naso, sempre di fiera si tratta!MIA - Milan Image Art FairSuperstudioPiù - Via Tortona 27, MilanoGiovedì 3 maggio su invitoVenerdì 4 maggio dalle 12.00 alle 22.00Sabato 5 maggio dalle 11.00 alle 21.00Domenica 6 maggio dalle 11.00 alle 20.00Biglietti:Intero, 15 €Pass 2 giorni, 20 €Ridotto (studenti con meno di 26 anni, soci Touring club, tessera FNAC, tessera Mediaworld, Gruppi di 10 persone), 12 €Free entry - Bambini fino a 12 anniRiduzioni online

(Picture by Gioberto/Noro: Camera #4 [2006], courtesy Galleria Alberto Peola)


Same team - Fabio Castelli with Studio 3/3 photography projects, Gigliola Foschi, Elio Grazioli, Roberto Mutti and Enrica Viganò - and game plan - one artist for each booth and one mini catalogue for each artist – for the second edition of MIA Fair.
What is new: the Fashion Fine Art pavilion, the area focused on quality publishing and two awards, respectively promoted by Ferrarelle and BNL – BNP Gruppo Paribas. The first one will choose one indipendent artist (the so-called Proposte) and purchase one print for €10.000. The second one, of an amount of  €12.000, is addressed to the artists presented by the galleries and its jury has already selected 15 photographers. Among them, a giant the likes of Ugo Mulas who died in 1973 (and he’s not the only one dead person on the list). Don’t you think this prize would be much more useful to an alive contemporary talent?
The fair, anyway, deserves a visit. If you can’t come to Milan, thank TheFairGoer you can do a tour lying on your sofa.



MIA – Milan Image Art Fair
SuperstudioPiù - Via Tortona 27, Milan (Italy)
Thursday May 3rd 2012 by invitation only
Friday May 4th from 12 pm to 10 pm
Saturday May 5th from 11 am to 9 pm
Sunday May 6th from 11 am to 8 pm

Rates
Full-fare ticket, 15 €
2 Days, 20 €
Reduced rate, 12 € (student less than 26 years, Touring club members, FNAC card, Mediaworld card and groups 10 people )
free entry - Children up to 12 years old
Reduced rate

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/452242/



Torna il MIA - Milan Image Art Fair, l’unica fiera d’arte italiana interamente dedicata alla fotografia e (meno) al video. Squadra che vince non si cambia ed ecco allora che anche per la seconda edizione Fabio Castelli si è avvalso della collaborazione di Studio 3/3 photography projects, studio di ricerca sull’immagine fotografica, Gigliola Foschi, curatrice e giornalista, Elio Grazioli, critico d’arte contemporanea e curatore, Roberto Mutti, curatore e critico fotografico, Enrica Viganò, curatrice, critica fotografica e organizzatrice di eventi legati alla fotografia.
Stesso anche lo schema in campo: uno stand per ogni artista (promosso da una galleria o dagli organizzatori), ad ogni artista il suo mini catalogo. 

Duecentocinquanta gli espositori - spazi espositivi, fotografi indipendenti (le Proposte), archivi ed istituto di formazione, editoria specializzata e fotolaboratori - e fittissimo il calendario di incontri e presentazioni.
Novità di quest’anno, il padiglione Fashion Fine Art Photography e una sezione appositamente dedicata all’editoria di qualità, dai libri storici al tanto di moda self-publishing.
Non solo, alla loro prima edizione anche due premi indetti rispettivamente da Ferrarelle e BNL – BNP Gruppo Paribas, che con Lavazza e BMW supportano la manifestazione. Ciascuna giuria è  composta da un rappresentante del relativo sponsor promotore e dai membri del comitato scientifico di MIA: il primo, riservato alle Proposte, prevede l’acquisto da parte dell’azienda dell’opera vincitrice per un ammontare di 10 mila Euro; il secondo, di 12 mila Euro, ha già scremato, fra gli autori rappresentati dalle gallerie, una rosa di 15 alla ricerca di “individualità a confronto, di opportunità diverse, di passione per il passato insieme allo slancio propositivo verso il futuro”. Speriamo allora sia il futuro ad ispirare la scelta finale visto che la cifra stanziata meglio sarebbe impiegata per sostenere un talento contemporaneo piuttosto che un mostro sacro come Ugo Mulas (fra i 15!) che, lo dico a chi fosse sfuggito, è morto nel 1973. Assieme a lui, sempre in lizza per il premio, mi risulta ci abbiano lasciati anche Pasquale De Antonis e Davide Mosconi.

L’ingresso costicchia, ma la manifestazione, va detto, merita la visita di insider, appassionati e curiosi. La miriade di micro personali la rende molto godibile e gli stimoli, nel complesso, sono molti. Non riuscite a venire a Milano? Grazie all’intelligente servizio di TheFairGoer potrete visitarla direttamente dalla poltrona di casa.
Tante le aspettative, non potrebbe essere altrimenti visto che l’edizione precedente ha registrato un grandissimo successo di pubblico. Non solo, pare diverse gallerie, e con loro gli autori, si siano rallegrate per le vendite. Sarà lo stesso anche quest’anno? Il buco nero della crisi si fa più profondo, passa l’effetto novità e già le prime “Cassandre” di settore pronosticano che molte più stampe rimarranno “parcheggiate”. Non arricciate il naso, sempre di fiera si tratta!


MIA - Milan Image Art Fair
SuperstudioPiù - Via Tortona 27, Milano
Giovedì 3 maggio su invito
Venerdì 4 maggio dalle 12.00 alle 22.00
Sabato 5 maggio dalle 11.00 alle 21.00
Domenica 6 maggio dalle 11.00 alle 20.00

Biglietti:
Intero, 15 €
Pass 2 giorni, 20 €
Ridotto (studenti con meno di 26 anni, soci Touring club, tessera FNAC, tessera Mediaworld, Gruppi di 10 persone), 12 €
Free entry - Bambini fino a 12 anni
Riduzioni online

(Tayo Onorato & Nico Krebs: “Book Cam”- 2011)Despite the organizing committee’s efforts, Milan PhotoFestival is still far from being an organic and widely communicated event, fully integrated into the city’s fabric. It seems Milan, Italian “capital” of Photography and yet as flat as the worst of the souffles, settles for the galleries’ adherence, without a direction to whom give power and resources and, consequently, from whom expect proposals,  gambles, results.A list of exhibition doesn’t make a festival.Three highlights:- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): “A Man Within” by William S. Burroughs, documentary by Yony Leyser focused on the life of the Beat writer. May 11th, 9h00 pm (English);- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): the best production by the students of the schools and academies of photography in Milan (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Tll May 12th, Mon-Sun 4h00-7h30 pm;- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era, an exhibition dedicated to the Swiss artists Taiyo Onorato e Nico Krebs. Till April 14th, Mon-Sat 11h00 am - 1h00 pm / 3h00 - 7h30 pm.
The pages focused on the Festival by Photographers.it
The official site.
———————————————————————————————————————
Nonostante i lodevoli sforzi degli organizzatori, il PhotoFestival è ancora lontano dall’essere una rassegna organica, ben comunicata e realmente integrata nel tessuto cittadino. Viene da pensare che a Milano, da anni “capitale” della fotografia in Italia eppure clamorosamente “sgonfia” come il peggiore dei sufflè, basti raccogliere le adesioni degli spazi espositivi senza una regia a cui conferire poteri e risorse e dalla quale aspettarsi, in funzione di essi, proposte, scommesse, risultati.Una lista di mostre non è necessariamente un festival. Tre segnalazioni:- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): proiezione di “A Man Within” di William S. Burroughs, documentario in lingua originale di Yony Leyser sulla vita dello scrittore della Beat Generation. Venerdì 11 maggio 2012, ore 21.00;- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): il meglio della produzione delle scuole e delle accademie di fotografia milanesi (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Fino al 12 maggio, orari lunedì-domenica 16:00-19:30;- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era (Fine di un’Era), personale degli artisti svizzeri Taiyo Onorato e Nico Krebs. Fino al 14 aprile, lunedì-sabato 11-13/15-19:30.Qui un approfondimento sulla manifestazione.

(Tayo Onorato & Nico Krebs: “Book Cam”- 2011)


Despite the organizing committee’s efforts, Milan PhotoFestival is still far from being an organic and widely communicated event, fully integrated into the city’s fabric. It seems Milan, Italian “capital” of Photography and yet as flat as the worst of the souffles, settles for the galleries’ adherence, without a direction to whom give power and resources and, consequently, from whom expect proposals,  gambles, results.
A list of exhibition doesn’t make a festival.

Three highlights:
- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): “A Man Within” by William S. Burroughs, documentary by Yony Leyser focused on the life of the Beat writer. May 11th, 9h00 pm (English);
- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): the best production by the students of the schools and academies of photography in Milan (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Tll May 12th, Mon-Sun 4h00-7h30 pm;
- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era, an exhibition dedicated to the Swiss artists Taiyo Onorato e Nico Krebs. Till April 14th, Mon-Sat 11h00 am - 1h00 pm / 3h00 - 7h30 pm.

The pages focused on the Festival by Photographers.it

The official site.

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Nonostante i lodevoli sforzi degli organizzatori, il PhotoFestival è ancora lontano dall’essere una rassegna organica, ben comunicata e realmente integrata nel tessuto cittadino. Viene da pensare che a Milano, da anni “capitale” della fotografia in Italia eppure clamorosamente “sgonfia” come il peggiore dei sufflè, basti raccogliere le adesioni degli spazi espositivi senza una regia a cui conferire poteri e risorse e dalla quale aspettarsi, in funzione di essi, proposte, scommesse, risultati.
Una lista di mostre non è necessariamente un festival.

Tre segnalazioni:
- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): proiezione di “A Man Within” di William S. Burroughs, documentario in lingua originale di Yony Leyser sulla vita dello scrittore della Beat Generation. Venerdì 11 maggio 2012, ore 21.00;
- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): il meglio della produzione delle scuole e delle accademie di fotografia milanesi (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Fino al 12 maggio, orari lunedì-domenica 16:00-19:30;
- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era (Fine di un’Era), personale degli artisti svizzeri Taiyo Onorato e Nico Krebs. Fino al 14 aprile, lunedì-sabato 11-13/15-19:30.

Qui un approfondimento sulla manifestazione.

(Picture by Samuel Aranda)
The World Press of the Year 2011 goes to “the Pieta” by Samuel Aranda from Spain.The pictures shows what we’ve already seen in every country, among all peoples, in museums and churches too: a woman who received the man’s sorrow into her arms.The caption says the woman is holding a wounded relative inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa (Yemen) on 15 October 2011. We don’t know exactly who she is or what she thinks. It doesn’t matter: she just isn’t herself any more, she’s already a symbol. We all sink into her embrace.I’m not sure, unlike some jurors has commented, the photograph witnesses the crucial role played by women in North African and Middle Eastern revolutions. I’m touched by this minimal and whispered scene which gives us back a delicate image of the veiled women, often related only to dramatic terrorist episodes.Here all the WPP  winners (Arab Spring and Japan’s Tsunami are obviously the two major themes of the competition).
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www.photographers.it/news/world-press-photo-2012-il-primo-premio-a-samuel-aranda-4660.html
La foto che ha vinto il World Press Photo of the Year, dello spagnolo Samuel Aranda, mostra quello che succede da sempre a tutte le latitudini, in tutti i popoli. Una scena già vista migliaia di volte, ne traboccano anche i musei e le chiese: una donna che accoglie nelle proprie braccia il dolore dell’uomo, come forse solo lei sa fare. Un’immagine intima, iconica e potente. La didascalia spiega che lo scatto è stato realizzato all’interno di una moschea di Sanaa (Yemen) convertita in ospedale per accogliere i dimostranti piegati dal regime di Ali Abdullah Saleh e che quello che la donna stringe a se’ è un parente ferito. Niente sangue raggrumato, niente mutilazioni o grida; si intravede appena la smorfia della bocca dell’uomo il cui volto è in gran parte nascosto dalle pieghe dello sharshaf nero - simile al più noto niqab saudita - indossato da lei. Del viso femminile, inclinato verso il basso, non scorgiamo nulla, neppure gli occhi. Bastano le sue mani inguantate, il gesto misurato e amorevole di braccia e busto. Come si chiama, cosa penserà? Che importa, non è già più solo se stessa, è diventata simbolo. In quell’abbraccio sprofondiamo tutti.Non credo, come dichiarano alcuni dei giurati, la foto sveli il ruolo fondamentale della donna nelle rivoluzioni in Medio Oriente e Nord Africa. Mi commuove piuttosto questa scena minima e sussurrata che ci restituisce un’immagine delicata delle donne velate, troppe volte ricollegate solo a tristi episodi terroristici. Sul sito di Aranda trovate l’intero servizio. Come spesso accade, il progetto nel suo insieme non ha la stessa forza della foto vincitrice.La Primavera Araba è inevitabilmente protagonista di molti altri servizi premiati. Dopo di lei, lo Tsunami in Giappone.Sette gli italiani finalisti: Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Edoardo Castaldo, Pietro Paolini, Emiliano Larizza, Francesco Zizola e Simona Ghizzoni. Qui trovate tutte le gallery. Ah!, di ciascuna foto potete conoscere iso, focale e tempo/diaframma. In pratica come in ogni forum di fotoamatori che si rispetti!

(Picture by Samuel Aranda)



The World Press of the Year 2011 goes to “the Pieta” by Samuel Aranda from Spain.
The pictures shows what we’ve already seen in every country, among all peoples, in museums and churches too: a woman who received the man’s sorrow into her arms.
The caption says the woman is holding a wounded relative inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa (Yemen) on 15 October 2011.
We don’t know exactly who she is or what she thinks. It doesn’t matter: she just isn’t herself any more, she’s already a symbol. We all sink into her embrace.
I’m not sure, unlike some jurors has commented, the photograph witnesses the crucial role played by women in North African and Middle Eastern revolutions. I’m touched by this minimal and whispered scene which gives us back a delicate image of the veiled women, often related only to dramatic terrorist episodes.
Here all the WPP  winners (Arab Spring and Japan’s Tsunami are obviously the two major themes of the competition).

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www.photographers.it/news/world-press-photo-2012-il-primo-premio-a-samuel-aranda-4660.html


La foto che ha vinto il World Press Photo of the Year, dello spagnolo Samuel Aranda, mostra quello che succede da sempre a tutte le latitudini, in tutti i popoli. Una scena già vista migliaia di volte, ne traboccano anche i musei e le chiese: una donna che accoglie nelle proprie braccia il dolore dell’uomo, come forse solo lei sa fare. Un’immagine intima, iconica e potente.
La didascalia spiega che lo scatto è stato realizzato all’interno di una moschea di Sanaa (Yemen) convertita in ospedale per accogliere i dimostranti piegati dal regime di Ali Abdullah Saleh e che quello che la donna stringe a se’ è un parente ferito. Niente sangue raggrumato, niente mutilazioni o grida; si intravede appena la smorfia della bocca dell’uomo il cui volto è in gran parte nascosto dalle pieghe dello sharshaf nero - simile al più noto niqab saudita - indossato da lei. Del viso femminile, inclinato verso il basso, non scorgiamo nulla, neppure gli occhi. Bastano le sue mani inguantate, il gesto misurato e amorevole di braccia e busto. Come si chiama, cosa penserà? Che importa, non è già più solo se stessa, è diventata simbolo. In quell’abbraccio sprofondiamo tutti.
Non credo, come dichiarano alcuni dei giurati, la foto sveli il ruolo fondamentale della donna nelle rivoluzioni in Medio Oriente e Nord Africa. Mi commuove piuttosto questa scena minima e sussurrata che ci restituisce un’immagine delicata delle donne velate, troppe volte ricollegate solo a tristi episodi terroristici.
Sul sito di Aranda trovate l’intero servizio. Come spesso accade, il progetto nel suo insieme non ha la stessa forza della foto vincitrice.

La Primavera Araba è inevitabilmente protagonista di molti altri servizi premiati. Dopo di lei, lo Tsunami in Giappone.
Sette gli italiani finalisti: Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Edoardo Castaldo, Pietro Paolini, Emiliano Larizza, Francesco Zizola e Simona Ghizzoni.
Qui trovate tutte le gallery. Ah!, di ciascuna foto potete conoscere iso, focale e tempo/diaframma. In pratica come in ogni forum di fotoamatori che si rispetti!

(picture by Gabriele Croppi)
“Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a  cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will  never again return to them”. Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz
“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an  attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons  which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the  second and third generation to re-live a drama which is for them  extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental  compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence  between images and experienced reality. In this, images assume a  symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a  compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in  time both in the collective and individual memory.
Edizioni Sonda presents  Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012 LAS - Via Montepertico, 1 Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance. In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)
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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/
“Di loro, ai tuoi  amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo  cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice  apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la  mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.Shoah  è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non  anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni  di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato  prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei  sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza  di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la  preservi dal passare del tempo.Gabriele  Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una  lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia,  perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali,  portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle  torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce  cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui  una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua  vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto  autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è  probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie  fotografiche dedicate all’argomento.La mostra “Shoah e postmemoria” apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della  Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate  dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici  durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il  2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica,  ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il  concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro  sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha  coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del  ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta  esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni  cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto  sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che  assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza  e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti  di immagini retoriche della Shoah.Ecco  allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario  sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata  massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le  geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale,  quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di  ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice  l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui  provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa  tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.Non  ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci  racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua  ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta  di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la  nostra di esperienza.Questo  lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito.  Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente  fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?R.  E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato  un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile  conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del  “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la  rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo  che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per  dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre  discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho  riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di  conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah. D.  In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non  conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare  certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere  sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir  proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come  ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie  in questo contesto?R.  Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come  quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo”  della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile  di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga  mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera  l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si  tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed  empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene  ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più  superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici  lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato  anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso  rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di  difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo  fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera  emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima  persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre  susseguitesi in Nord Africa. Col  passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione,  di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è  una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio  artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso  nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo  qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la  direzione in cui va il mio lavoro. 
*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)
Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LASpresenta in anteprima Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele CroppiLa Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012Presso LAS - Via Montepertico, 1Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172) Qui alcune immagini. Il  giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico  della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza  dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino  Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi  della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica  rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

(picture by Gabriele Croppi)

Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will never again return to them”.
Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz


“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the second and third generation to re-live a drama which is for them extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence between images and experienced reality. In this, images assume a symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in time both in the collective and individual memory.

Edizioni Sonda presents
Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi
La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012
LAS - Via Montepertico, 1
Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance.
In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/

“Di loro, ai tuoi amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”
Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.


Shoah è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la preservi dal passare del tempo.
Gabriele Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia, perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali, portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie fotografiche dedicate all’argomento.

La mostra “Shoah e postmemoria apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il 2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica, ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti di immagini retoriche della Shoah.

Ecco allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale, quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.
Non ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la nostra di esperienza.

Questo lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito. Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.

D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?

R. E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah.

D. In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie in questo contesto?

R. Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo” della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre susseguitesi in Nord Africa.
Col passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione, di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la direzione in cui va il mio lavoro.



*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)



Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LAS
presenta in anteprima
Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele Croppi
La Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012
Presso LAS - Via Montepertico, 1
Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.
Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172)
Qui alcune immagini.
 
Il giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

(Picture by David Duprey - Associated Press)
Eastman Kodak files for or Chapter 11 bankruptcy protection, Citigroup is providing the Company with $950 million in financing to allow it to keep going. It seems centuries since this brand was synonymous with photography. Today it is bound to focus on the inkjet printing and to try to raise cash selling its huge intellectual property portfolio.It’s paradoxical that the Company has developed the first digital camera hasn’t be capable to match up with the market: in 1975, using a new type of electronic sensor invented six years earlier at Bell Labs, Kodak engineer Steven Sasson created the first digital camera capturing bw images at a resolution of 0.1 megapixels; in 1986 Kodak produced the first megapixel sensor small enough to fit in a hand-held camera (for scientific and industrial use). All through the 1990s, the Company invested $4 billion on developing the photo technology inside most of today’s cell phones and digital devices, but the management’s reluctance to ease its heavy reliance on film allowed the competitors to rush into this fast emerging sector.Kodak said that its non-American subsidiaries were not part of the filing.The catchphrase “Kodak moment” has been part of the common lexicon in the Anglophone market.
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www3.lastampa.it/fotografia/notizie-brevi/articolo/lstp/439338/Nelle ultime settimane le notizie che arrivano dal quartier generale di Kodak sembrano i bollettini medici di un malato terminale. L’epilogo il 19 gennaio scorso: la società ha chiesto il Chapter 11, ovvero l’amministrazione controllata, utilizzata in passato da Lehman Brothers ed Enron, tanto per capirsi. Citigroup le ha assicurato una linea di credito di 950 milioni di dollari per i prossimi 18 mesi per continuare a operare mentre si apre la fase di ristrutturazione della sede centrale e di tutte le sussidiarie americane.Il marchio, fondato nel 1888 da George Eastman, ha dominato per un secolo il mercato analogico diventando per molti il sinonimo stesso di fotografia. Come scordare il tormentone pubblicitario “Ciribiribì Kodak”?Il paradosso sta nel fatto che la società ha saputo anche creare la prima fotocamera digitale, senza tuttavia riuscire ad imporsi sulla relativa fetta di mercato. Nel 1975 un suo ingegnere, Steven Sasson, aveva infatti realizzato un prototipo – più simile a un tostapane che ad una macchina fotografica – che registrava immagini in bianco e nero di 0,1 megapixel utilizzando un nuovo sensore elettronico inventato sei anni prima nei laboratori Bell (il CCD) e una lente presa a prestito dalle cineprese Kodak. Per non parlare del sensore da 1,4 megapixel del 1986, il primo abbastanza piccolo da poter essere inserito all’interno di una reflex portatile, allora impiegato in ambito scientifico ed industriale. In quegli anni sono stati 4 i bilioni di dollari investiti per sviluppare la tecnologica che oggi troviamo all’interno della maggior parte dei cellulari e di altri dispositivi digitali. Pare sia stato il prolungato ed eccessivo affidamento al segmento delle pellicole da parte della dirigenza a far perdere il treno all’azienda.L’ultimo bilancio attivo è del 2006 e, al momento, l’unica soluzione per ripagare i creditori è vendere brevetti e proprietà intellettuali dai quali la società prevede di recuperare circa 600 milioni di dollari. Questo non le eviterà di dover abbandonare il settore fotografico per concentrarsi su quello di fotocopiatrici e stampanti.Kodak Italia ha dichiarato che le consociate non-statunitensi non rientrano nel processo di cui sopra e che continueranno ad “operare nella normalità”, mantenendo “tutti gli obblighi contratti verso clienti e fornitori in totale continuità”.

(Picture by David Duprey - Associated Press)



Eastman Kodak files for or Chapter 11 bankruptcy protection, Citigroup is providing the Company with $950 million in financing to allow it to keep going.
It seems centuries since this brand was synonymous with photography. Today it is bound to focus on the inkjet printing and to try to raise cash selling its huge intellectual property portfolio.
It’s paradoxical that the Company has developed the first digital camera hasn’t be capable to match up with the market: in 1975, using a new type of electronic sensor invented six years earlier at Bell Labs, Kodak engineer Steven Sasson created the first digital camera capturing bw images at a resolution of 0.1 megapixels; in 1986 Kodak produced the first megapixel sensor small enough to fit in a hand-held camera (for scientific and industrial use).
All through the 1990s, the Company invested $4 billion on developing the photo technology inside most of today’s cell phones and digital devices, but the management’s reluctance to ease its heavy reliance on film allowed the competitors to rush into this fast emerging sector.
Kodak said that its non-American subsidiaries were not part of the filing.


The catchphrase “Kodak moment” has been part of the common lexicon in the Anglophone market.

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www3.lastampa.it/fotografia/notizie-brevi/articolo/lstp/439338/

Nelle ultime settimane le notizie che arrivano dal quartier generale di Kodak sembrano i bollettini medici di un malato terminale. L’epilogo il 19 gennaio scorso: la società ha chiesto il Chapter 11, ovvero l’amministrazione controllata, utilizzata in passato da Lehman Brothers ed Enron, tanto per capirsi. Citigroup le ha assicurato una linea di credito di 950 milioni di dollari per i prossimi 18 mesi per continuare a operare mentre si apre la fase di ristrutturazione della sede centrale e di tutte le sussidiarie americane.

Il marchio, fondato nel 1888 da George Eastman, ha dominato per un secolo il mercato analogico diventando per molti il sinonimo stesso di fotografia. Come scordare il tormentone pubblicitario “Ciribiribì Kodak”?
Il paradosso sta nel fatto che la società ha saputo anche creare la prima fotocamera digitale, senza tuttavia riuscire ad imporsi sulla relativa fetta di mercato. Nel 1975 un suo ingegnere, Steven Sasson, aveva infatti realizzato un prototipo – più simile a un tostapane che ad una macchina fotografica – che registrava immagini in bianco e nero di 0,1 megapixel utilizzando un nuovo sensore elettronico inventato sei anni prima nei laboratori Bell (il CCD) e una lente presa a prestito dalle cineprese Kodak. Per non parlare del sensore da 1,4 megapixel del 1986, il primo abbastanza piccolo da poter essere inserito all’interno di una reflex portatile, allora impiegato in ambito scientifico ed industriale. In quegli anni sono stati 4 i bilioni di dollari investiti per sviluppare la tecnologica che oggi troviamo all’interno della maggior parte dei cellulari e di altri dispositivi digitali. Pare sia stato il prolungato ed eccessivo affidamento al segmento delle pellicole da parte della dirigenza a far perdere il treno all’azienda.

L’ultimo bilancio attivo è del 2006 e, al momento, l’unica soluzione per ripagare i creditori è vendere brevetti e proprietà intellettuali dai quali la società prevede di recuperare circa 600 milioni di dollari. Questo non le eviterà di dover abbandonare il settore fotografico per concentrarsi su quello di fotocopiatrici e stampanti.
Kodak Italia ha dichiarato che le consociate non-statunitensi non rientrano nel processo di cui sopra e che continueranno ad “operare nella normalità”, mantenendo “tutti gli obblighi contratti verso clienti e fornitori in totale continuità”.

(picture by Mario Lasalandra, who has a solo exhibition at Festival Fotografico Italiano)

Two cities (divided by four thousand kilometres), both starting with letter B and currently hosting a photographic festival: Busto Arsizio (Italy) and Bamako (Mali).
The first, Festival Fotografico Italiano, is only at its second edition. It displays both famous and emerging artists, archive photography as well as pure research. Commendable the will to involve the education system, from Istituto Italiano di Fotografia in Milan to the local high schools, in order to give the students the possibility to play the role of authors or aware spectators. In Italy people rarely speak about Photography knowledgeably, so it’s very important to help the young public to develop a personal taste and critical sense and free himself from the usual proposals by a strongly self-referential field.
Les Rencontres de Bamako offer, instead, a reflection on the quest for a sustainable world, with the aim to outline an inventory and pay special attention to the signs and forms of resistance possible. The adherence to the theme proposed only confirmed the social and political commitment of African artists. Environmental and social concerns, once limited to a small circle of visionaries alerts, are now part of our daily lives and are at the heart of all debates, especially today that many African countries have recently celebrated their first 50 years of independence. The photographers have been called to witness and denounce, but also to suggest concrete solutions. To do that, some of them choose the journalistic formula, other ones turn to languages such as metaphor and “mise en scene”. 

www.festivalfotograficoitaliano.it  |  till December 4th 2011
www.rencontres-bamako.com |  till January 1st 2012


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www3.lastampa.it/fotografia/notizie-brevi/articolo/lstp/431313

Iniziano per B, distano fra  loro 4 mila chilometri ed entrambe ospitano, in questi giorni, una  rassegna fotografica. Sono Busto Arsizio e Bamako.A Busto prosegue, fino al 4 dicembre, il giovane Festival Fotografico Italiano, giovane perchè solo alla sua seconda edizione. La manifestazione, che coinvolge  anche altri comuni limitrofi, comprende diversi appuntamenti fra  incontri, presentazioni, workshop e un’asta benefica. A questi si  aggiungono una trentina di mostre dedicate ad autori storici e  contemporanei, alla documentazione d’archivio e a forme di  sperimentazione creativa più spinta. Lodevole la volontà di coinvolgere  un nutrito numero di scuole, dall’Istituto Italiano di Fotografia di  Milano ai licei e istituti tecnici locali, chiamando così gli studenti a  partecipare come autori o fruitori consapevoli. In Italia si parla  spesso di fotografia con scarsa cognizione di causa e ci si rifugia con  grande facilità nel rassicurante porto dei “soliti noti”. È dunque  ancora più importante fare cultura della fotografia partendo dalle  scuole e stimolare i ragazzi a sviluppare un gusto e un senso critico  che li affranchino dalle proposte a cui vorrebbe abituarli un settore  troppo spesso autoreferenziale.In Mali si svolge invece la Biennale di Fotografia di Bamako.  Al centro di questa edizione, che si chiuderà il 1°  gennaio 2012, la riflessione su un nuovo mondo “sostenibile”, a  conferma di quanto le istanze ambientali e socio-economiche del nostro  tempo stiano alla base, specialmente in Africa, della ricerca (e  dell’impegno politico) di molti artisti. L’urgenza di trovare alternative  concrete esce così dalla nicchia degli osservatori più competenti e  sensibili per aprirsi al dibattito pubblico e divenirne il cuore. Sono  molti i paesi africani che nel 2010 hanno celebrato i primi 50 anni di  indipendenza: un’occasione per stilare un bilancio non sempre positivo.  La Biennale ha così invitato gli autori coinvolti a testimoniare,  denunciare, ma anche a raccontare e suggerire soluzioni. I  lavori raccolti non si limitano, tuttavia, a parlare la lingua del giornalismo, e ricorrono spesso alla metafora e alla  mise en scene.Les  Rencontres de Bamako hanno inoltre presentato una panoramica di fotografi africani emergenti all’ultimo Paris Photo il cui ospite d’onore era, non a caso, il continento nero.

 

(picture by Mario Lasalandra, who has a solo exhibition at Festival Fotografico Italiano)

Two cities (divided by four thousand kilometres), both starting with letter B and currently hosting a photographic festival: Busto Arsizio (Italy) and Bamako (Mali).

The first, Festival Fotografico Italiano, is only at its second edition. It displays both famous and emerging artists, archive photography as well as pure research. Commendable the will to involve the education system, from Istituto Italiano di Fotografia in Milan to the local high schools, in order to give the students the possibility to play the role of authors or aware spectators. In Italy people rarely speak about Photography knowledgeably, so it’s very important to help the young public to develop a personal taste and critical sense and free himself from the usual proposals by a strongly self-referential field.

Les Rencontres de Bamako offer, instead, a reflection on the quest for a sustainable world, with the aim to outline an inventory and pay special attention to the signs and forms of resistance possible. The adherence to the theme proposed only confirmed the social and political commitment of African artists. Environmental and social concerns, once limited to a small circle of visionaries alerts, are now part of our daily lives and are at the heart of all debates, especially today that many African countries have recently celebrated their first 50 years of independence. The photographers have been called to witness and denounce, but also to suggest concrete solutions. To do that, some of them choose the journalistic formula, other ones turn to languages such as metaphor and “mise en scene”. 

www.festivalfotograficoitaliano.it  |  till December 4th 2011

www.rencontres-bamako.com |  till January 1st 2012

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Iniziano per B, distano fra loro 4 mila chilometri ed entrambe ospitano, in questi giorni, una rassegna fotografica. Sono Busto Arsizio e Bamako.

A Busto prosegue, fino al 4 dicembre, il giovane Festival Fotografico Italiano, giovane perchè solo alla sua seconda edizione. La manifestazione, che coinvolge anche altri comuni limitrofi, comprende diversi appuntamenti fra incontri, presentazioni, workshop e un’asta benefica. A questi si aggiungono una trentina di mostre dedicate ad autori storici e contemporanei, alla documentazione d’archivio e a forme di sperimentazione creativa più spinta. Lodevole la volontà di coinvolgere un nutrito numero di scuole, dall’Istituto Italiano di Fotografia di Milano ai licei e istituti tecnici locali, chiamando così gli studenti a partecipare come autori o fruitori consapevoli. In Italia si parla spesso di fotografia con scarsa cognizione di causa e ci si rifugia con grande facilità nel rassicurante porto dei “soliti noti”. È dunque ancora più importante fare cultura della fotografia partendo dalle scuole e stimolare i ragazzi a sviluppare un gusto e un senso critico che li affranchino dalle proposte a cui vorrebbe abituarli un settore troppo spesso autoreferenziale.

In Mali si svolge invece la Biennale di Fotografia di Bamako. Al centro di questa edizione, che si chiuderà il 1° gennaio 2012, la riflessione su un nuovo mondo “sostenibile”, a conferma di quanto le istanze ambientali e socio-economiche del nostro tempo stiano alla base, specialmente in Africa, della ricerca (e dell’impegno politico) di molti artisti. L’urgenza di trovare alternative concrete esce così dalla nicchia degli osservatori più competenti e sensibili per aprirsi al dibattito pubblico e divenirne il cuore. Sono molti i paesi africani che nel 2010 hanno celebrato i primi 50 anni di indipendenza: un’occasione per stilare un bilancio non sempre positivo. La Biennale ha così invitato gli autori coinvolti a testimoniare, denunciare, ma anche a raccontare e suggerire soluzioni. I lavori raccolti non si limitano, tuttavia, a parlare la lingua del giornalismo, e ricorrono spesso alla metafora e alla mise en scene.
Les Rencontres de Bamako hanno inoltre presentato una panoramica di fotografi africani emergenti all’ultimo Paris Photo il cui ospite d’onore era, non a caso, il continento nero.

 

(Picture by Federico and Luca)Children are often involved in awareness/charity campaigns leaded by the photography sector: they receive a camera and they take pictures with their “pure eyes”.Rarely they’re given sense of responsibility and a concrete learning opportunity. “Fotografi per un giorno” – an idea by Luciano Bobba for Insieme per i bambini Onlus - belongs to the second, commendable case.Teenagers and children (with family troubles or different kinds of physical/mental handicaps) attended workshops held by professional photographers and were expressly invited to collaborate in order to help other kids in difficulty: the fundraising, indeed, will support an organization the little photographers don’t belong to.The images, presented at Fnac Milan last October, are now on display at Lucca Photo Festival (November 19th - December 11th).
Fotografi per un giornoAuditorium Fondazione Banca del Monte di Lucca, Piazza San Martino – LuccaMon/Fri 03h00 – 07h30 pmWeekend (and December 8-9)  10h00 am – 07h30 pmFree entranceCatalog by Sonda
The associations involved: Famiglie Sindrome di William Association,  La  casa di Sam, the Benedetta d’Intino tutte Foundation in Milan,  Villaggio del Fanciullo in Lucca and the Circolo Vega in Genoa. The professional photographers: Alessandro Belgiojoso, Marika Bretoni,  Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie Gengotti,  Pino Ninfa, Ivo Saglietti and Enrico Stefanelli.
Technical sponsors: Samsung, Fnac, Canson, Sonda and Lucca Photo Fest
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www3.lastampa.it/fotografia/mostre/articolo/lstp/425483
I bambini vengono spesso coinvolti in iniziative di sensibilizzazione e  solidarietà condotte in ambito fotografico: gli si fornisce una  fotocamera e se ne riceve in cambio un’immagine del mondo filtrata dal  loro sguardo “speciale”. Tali operazioni possono essere più o meno  valide; talvolta sono anche “furbe”, non perché in cattiva fede,  piuttosto in quanto ispirate al concetto di minimo sforzo, massima resa.’Fotografi per un giorno’, nata da un’idea di Luciano Bobba e condotta da Insieme per i bambini Onlus,  va oltre. Sono stati attivati una serie di laboratori a Milano, Roma,  Genova e Lucca - curati da fotografi professionisti - che hanno  coinvolto realtà locali al servizio dell’infanzia e dell’adolescenza:  ciascun fotografo ha fornito spunti e assistenza a bimbi e ragazzi che  hanno così potuto apprendere nuove cose e disporre di maggiori strumenti  per esprimersi, pur in totale libertà, attraverso il mezzo fotografico.  Le immagini realizzate, raccolte in una mostra e in un volume edito  da Sonda, verranno battute all’asta per raccogliere fondi finalizzati a  sostenere un progetto incentrato sullo sport e lo sviluppo fisico di  adolescenti svantaggiati.Il valore aggiunto dell’operazione sta,  da una parte, nell’aver offerto competenze, stimoli e guida ai giovani  partecipanti; dall’altra, quest’ultimi sono stati chiamati a partecipare  in maniera consapevole e responsabile ad un progetto che mirava a  finanziare non le realtà a cui appartengono, ma un’altra associazione. I bambini, con situazioni familiari critiche alle spalle o  caratterizzati da disabilità fisiche/psichiche anche piuttosto severe,  si sono quindi impegnati personalmente ad aiutare loro coetanei in  difficoltà.  La mostra viene presentata in anteprima a Milano il  19 ottobre alle 18:30 presso la Fnac di Via Torino, dove rimarrà  allestita fino all’8 novembre. Farà poi tappa negli altri punti vendita  Fnac d’Italia e, dal 19 novembre all’11 dicembre, al Lucca Photo Fest.Oltre  a Luciano Bobba, hanno collaborato: Alessandro Belgiojoso, Marika  Bertoni, Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie  Gengotti, Pino Ninfa, Ivo Saglietti ed Enrico Stefanelli.
Le  associazioni coinvolte: Leonarda Vaccari di Roma; La Fanciullezza,  l’Associazione Famiglie Sindrome di Williams, la Casa di Sam e la  Fondazione Benedetta d’Intino di Milano; la Casa del Fanciullo di Lucca;  il circolo Vega di Genova.Sponsor tecnici: Samsung, Fnac, Canson, Edizioni Sonda e il Lucca Photo Fest.

(Picture by Federico and Luca)

Children are often involved in awareness/charity campaigns leaded by the photography sector: they receive a camera and they take pictures with their “pure eyes”.
Rarely they’re given sense of responsibility and a concrete learning opportunity. “Fotografi per un giorno” – an idea by Luciano Bobba for Insieme per i bambini Onlus - belongs to the second, commendable case.
Teenagers and children (with family troubles or different kinds of physical/mental handicaps) attended workshops held by professional photographers and were expressly invited to collaborate in order to help other kids in difficulty: the fundraising, indeed, will support an organization the little photographers don’t belong to.
The images, presented at Fnac Milan last October, are now on display at Lucca Photo Festival (November 19th - December 11th).


Fotografi per un giorno
Auditorium Fondazione Banca del Monte di Lucca, Piazza San Martino – Lucca
Mon/Fri 03h00 – 07h30 pm
Weekend (and December 8-9)  10h00 am – 07h30 pm
Free entrance
Catalog by Sonda

The associations involved: Famiglie Sindrome di William Association,  La casa di Sam, the Benedetta d’Intino tutte Foundation in Milan, Villaggio del Fanciullo in Lucca and the Circolo Vega in Genoa.

The professional photographers: Alessandro Belgiojoso, Marika Bretoni, Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie Gengotti, Pino Ninfa, Ivo Saglietti and Enrico Stefanelli.

Technical sponsors: Samsung, Fnac, Canson, Sonda and Lucca Photo Fest

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www3.lastampa.it/fotografia/mostre/articolo/lstp/425483

I bambini vengono spesso coinvolti in iniziative di sensibilizzazione e solidarietà condotte in ambito fotografico: gli si fornisce una fotocamera e se ne riceve in cambio un’immagine del mondo filtrata dal loro sguardo “speciale”. Tali operazioni possono essere più o meno valide; talvolta sono anche “furbe”, non perché in cattiva fede, piuttosto in quanto ispirate al concetto di minimo sforzo, massima resa.
Fotografi per un giorno’, nata da un’idea di Luciano Bobba e condotta da Insieme per i bambini Onlus, va oltre. Sono stati attivati una serie di laboratori a Milano, Roma, Genova e Lucca - curati da fotografi professionisti - che hanno coinvolto realtà locali al servizio dell’infanzia e dell’adolescenza: ciascun fotografo ha fornito spunti e assistenza a bimbi e ragazzi che hanno così potuto apprendere nuove cose e disporre di maggiori strumenti per esprimersi, pur in totale libertà, attraverso il mezzo fotografico.
Le immagini realizzate, raccolte in una mostra e in un volume edito da Sonda, verranno battute all’asta per raccogliere fondi finalizzati a sostenere un progetto incentrato sullo sport e lo sviluppo fisico di adolescenti svantaggiati.

Il valore aggiunto dell’operazione sta, da una parte, nell’aver offerto competenze, stimoli e guida ai giovani partecipanti; dall’altra, quest’ultimi sono stati chiamati a partecipare in maniera consapevole e responsabile ad un progetto che mirava a finanziare non le realtà a cui appartengono, ma un’altra associazione. I bambini, con situazioni familiari critiche alle spalle o caratterizzati da disabilità fisiche/psichiche anche piuttosto severe, si sono quindi impegnati personalmente ad aiutare loro coetanei in difficoltà.
 
La mostra viene presentata in anteprima a Milano il 19 ottobre alle 18:30 presso la Fnac di Via Torino, dove rimarrà allestita fino all’8 novembre. Farà poi tappa negli altri punti vendita Fnac d’Italia e, dal 19 novembre all’11 dicembre, al Lucca Photo Fest.

Oltre a Luciano Bobba, hanno collaborato: Alessandro Belgiojoso, Marika Bertoni, Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie Gengotti, Pino Ninfa, Ivo Saglietti ed Enrico Stefanelli.


Le associazioni coinvolte: Leonarda Vaccari di Roma; La Fanciullezza, l’Associazione Famiglie Sindrome di Williams, la Casa di Sam e la Fondazione Benedetta d’Intino di Milano; la Casa del Fanciullo di Lucca; il circolo Vega di Genova.

Sponsor tecnici: Samsung, Fnac, Canson, Edizioni Sonda e il Lucca Photo Fest.



(picture by Jacques Henri Lartigue)
Yesterday two exhibitions opened at Forma, Milan. The first, which shows the works of Jacques Henri Lartigue, has been a pleasant surprise to me. He is a wealthy French bourgeois of the beginning of the XX century who portrayed the charmed, privileged world he belonged to all his life long: a declared effort to freeze those happy moments and a nostalgic attempt to make them last forever. I’ve been impressed by the grace, elegance and freshness of the images, by the author’s incredibly modern eye. The composition and mood of many pictures make them look like they are taken today, a sort of remembrance of the past with a vintage feel instead of a real document from it. The second and widely promoted exhibition is “Polaroids” by Julian Schnabel (inevitably more known than Lartigue), great painter, capable director and King Midas of many artistic projects. On display his works taken with an old 20x24 inch camera which is as large as a fridge, a tool which can’t help but add some quid to the images themselves. The 80 photographs show his family, friends, paintings, workplace etc. The setting aims to offer “a unique and complex fresco that gives us access to his private life”, but seems an uncompleted tale which actually doesn’t give us the opportunity to discover anything about this versatile artist. What a pity.
“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue“Polaroids” - Julian SchnabelMilan, Fondazione FORMA per la Fotografia (info)10/23/11 - 11/20/11
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www.photographers.it/newsletter.php?id=46
Di recente siamo stati a Forma,  che ospita due mostre di Jacques Henri Lartigue e Julian Schnabel. La  prima è stata una piacevolissima sorpresa. Lartigue, ricco borghese di  inizio Novecento, ha per anni ritratto il mondo dorato che lo  circondava: una tensione dichiarata, la sua, a fissare la felicità di  quei giorni unita al nostalgico desiderio di renderla eterna. A colpirci  sono stati la grazia, l’eleganza e la freschezza delle sue foto, lo  sguardo incredibilmente moderno. La composizione e l’atmosfera di molte  delle immagini le fa sembrare scattate ai nostri giorni, quasi ci si  trovasse di fronte a un gioco di rievocazione del passato che non alla  sua effettiva registrazione.Di  maggiore richiamo, inevitabilmente, l’esposizione del nome più  altisonante: Julian Schnabel, ottimo pittore, valido regista e in  generale re Mida di numerosi progetti artistici. In mostra le Polaroid  da lui realizzate con un vecchio apparecchio panoramico 20x24 pollici  (per capirsi, la fotocamera è grande come un frigorifero), un mezzo che  di per se’ aggiunge un quid alle immagini. Le foto, un’ottantina,  ritraggono la famiglia, gli amici, l’ambiente di lavoro, le sue opere…  Peccato per l’allestimento, quello che vorrebbe essere “un complesso  affresco che ci permette di entrare nella vita privata dell’autore” a  noi sembra rimanere un racconto accennato dal quale si esce senza avere  scoperto un gran ché su Schnabel. 
“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue “Polaroids” - Julian Schnabel Milano, Fondazione FORMA per la Fotografia (info) Dal 23 ottobre al 20 novembre 2011

(picture by Jacques Henri Lartigue)



Yesterday two exhibitions opened at Forma, Milan.
The first, which shows the works of Jacques Henri Lartigue, has been a pleasant surprise to me. He is a wealthy French bourgeois of the beginning of the XX century who portrayed the charmed, privileged world he belonged to all his life long: a declared effort to freeze those happy moments and a nostalgic attempt to make them last forever. I’ve been impressed by the grace, elegance and freshness of the images, by the author’s incredibly modern eye. The composition and mood of many pictures make them look like they are taken today, a sort of remembrance of the past with a vintage feel instead of a real document from it.
The second and widely promoted exhibition is “Polaroids” by Julian Schnabel (inevitably more known than Lartigue), great painter, capable director and King Midas of many artistic projects. On display his works taken with an old 20x24 inch camera which is as large as a fridge, a tool which can’t help but add some quid to the images themselves. The 80 photographs show his family, friends, paintings, workplace etc. The setting aims to offer “a unique and complex fresco that gives us access to his private life”, but seems an uncompleted tale which actually doesn’t give us the opportunity to discover anything about this versatile artist. What a pity.

“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue
“Polaroids” - Julian Schnabel
Milan, Fondazione FORMA per la Fotografia (info)
10/23/11 - 11/20/11

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Di recente siamo stati a Forma, che ospita due mostre di Jacques Henri Lartigue e Julian Schnabel. La prima è stata una piacevolissima sorpresa. Lartigue, ricco borghese di inizio Novecento, ha per anni ritratto il mondo dorato che lo circondava: una tensione dichiarata, la sua, a fissare la felicità di quei giorni unita al nostalgico desiderio di renderla eterna. A colpirci sono stati la grazia, l’eleganza e la freschezza delle sue foto, lo sguardo incredibilmente moderno. La composizione e l’atmosfera di molte delle immagini le fa sembrare scattate ai nostri giorni, quasi ci si trovasse di fronte a un gioco di rievocazione del passato che non alla sua effettiva registrazione.
Di maggiore richiamo, inevitabilmente, l’esposizione del nome più altisonante: Julian Schnabel, ottimo pittore, valido regista e in generale re Mida di numerosi progetti artistici. In mostra le Polaroid da lui realizzate con un vecchio apparecchio panoramico 20x24 pollici (per capirsi, la fotocamera è grande come un frigorifero), un mezzo che di per se’ aggiunge un quid alle immagini. Le foto, un’ottantina, ritraggono la famiglia, gli amici, l’ambiente di lavoro, le sue opere… Peccato per l’allestimento, quello che vorrebbe essere “un complesso affresco che ci permette di entrare nella vita privata dell’autore” a noi sembra rimanere un racconto accennato dal quale si esce senza avere scoperto un gran ché su Schnabel.

“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue
“Polaroids” - Julian Schnabel
Milano, Fondazione FORMA per la Fotografia (info)
Dal 23 ottobre al 20 novembre 2011

(picture by Helene Amouzou)

Since 2007, the PHOTOQUAI Photography Biennial has been spotlighting non-Western art and introducing an international audience to artists so far not shown in Europe. 
The third edition, under the artistic direction of photographer/filmmaker Françoise Huguier, also know for being the creator – with Bernard Descamps – of Bamako’s Biennal Africaine de la Photographie, has involved 46 photographers from Africa, South America, Russia, Asia, Middle East and Oceania (a very few women, ed.). 
The exhibitions are placed on the banks of the Seine and, since this year, in the garden of the musée du quai Branly. The scenographic project by Patrick Joui (Compasso d’Oro 2011) is definitely one of the focus of the Festival and aims to unite this photographic wealth and diversity. For the promenade along the Seine, he has designed a setting which avoids disrupting the quality of the viewpoints of the city while proposing the visitor another reading of this linear path. In the gardens he soberly showcases five photographers, each finding a special place in the luxuriant landscape.
Other exhibitions are hosted at the Eiffel Tower as well as in eleven partner galleries and institutions in Paris.

Paris, September 13th – November 11th 2011
practical informations



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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/420252

Photoquai – Biennale delle Immagini dal mondo è una rassegna nata nel  2007 grazie all’impegno del Musée du quai Branly e da subito  dichiaratamente consacrata alla fotografia non occidentale. Scenario  della manifestazione, il Lungosenna parigino a cui si aggiungono, a  partire da quest’anno, i giardini del museo. A curare l’edizione  2011 è Françoise Huguier, fotografa e regista, già ideatrice, con  Bernard Descamps, di quella bella avventura che è la Biennal Africaine  de la Photographie di Bamako in Mali. Così definisce Photoquai “un  viaggio all’ascolto dei rumori del mondo, nutrito dallo sguardo che i  fotografi posano sulla nostra società e su una cultura diversa. Essi  sono per noi dei guardiani, dei custodi che ci impediscono di  sprofondare nel sonno”. Curiosità e freschezza dunque le parole d’ordine, per non smettere di guardare lontano.Circa  400 le opere in mostra, inedite in Europa, di 46 fotografi  contemporanei provenienti da 29 paesi fra Africa, America del Sud,  Russia, Asia, Medio Oriente e Oceania. Una esigua percentuale le donne, a  riprova di quanto poco spazio sia riservato - soprattutto a certe  latitudini - allo sguardo femminile.Nella produzione degli autori  prevalgono le “storie” e il ritratto, assieme ad alcune incursioni nello  still life e nel paesaggio (per lo più urbano).Grande  attenzione per gli allestimenti, tanto che la seconda voce dopo quella  della direzione artistica è la scenografia, affidata a Patrick Jouin,  Compasso d’Oro 2011. Un percorso espositivo lungo le rive della Senna  pensato per essere fruito 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a cui fa eco la  sezione all’esterno del Musée du quai Branly.In calendario anche  incontri, proiezioni, dibattiti e una serie di interventi in merito al  programma di sostegno alla creazione artistica fotografica in  collaborazione con la Fondation Total.Diversi i partner che  concorrono alla promozione degli artisti: l’Ambasciata d’Australia, la  Galerie Baudoin Lebon, la Galerie In Camera, la Galerie Paris-Beijing,  la Maison de l’Amérique latine, la Maison européenne de la photographie,  il Petit Palais, la Polka Galerie e la Tour Eiffel.Dal 13 settembre all’11 novembre 2011Musée du quai Branly37, quai Branly - ParisLe  mostre lungo la Senna sono sempre aperte, l’accesso a quelle nel  giardino del museo è vincolato agli orari di quest’ultimo (ma/me/do  11-19, gio/ve/sa 11-21)www.photoquai.fr

(picture by Helene Amouzou)

Since 2007, the PHOTOQUAI Photography Biennial has been spotlighting non-Western art and introducing an international audience to artists so far not shown in Europe. 

The third edition, under the artistic direction of photographer/filmmaker Françoise Huguier, also know for being the creator – with Bernard Descamps – of Bamako’s Biennal Africaine de la Photographie, has involved 46 photographers from Africa, South America, Russia, Asia, Middle East and Oceania (a very few women, ed.). 

The exhibitions are placed on the banks of the Seine and, since this year, in the garden of the musée du quai Branly. The scenographic project by Patrick Joui (Compasso d’Oro 2011) is definitely one of the focus of the Festival and aims to unite this photographic wealth and diversity. For the promenade along the Seine, he has designed a setting which avoids disrupting the quality of the viewpoints of the city while proposing the visitor another reading of this linear path. In the gardens he soberly showcases five photographers, each finding a special place in the luxuriant landscape.

Other exhibitions are hosted at the Eiffel Tower as well as in eleven partner galleries and institutions in Paris.

Paris, September 13th – November 11th 2011

practical informations

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/420252

Photoquai – Biennale delle Immagini dal mondo è una rassegna nata nel 2007 grazie all’impegno del Musée du quai Branly e da subito dichiaratamente consacrata alla fotografia non occidentale. Scenario della manifestazione, il Lungosenna parigino a cui si aggiungono, a partire da quest’anno, i giardini del museo.
A curare l’edizione 2011 è Françoise Huguier, fotografa e regista, già ideatrice, con Bernard Descamps, di quella bella avventura che è la Biennal Africaine de la Photographie di Bamako in Mali. Così definisce Photoquai “un viaggio all’ascolto dei rumori del mondo, nutrito dallo sguardo che i fotografi posano sulla nostra società e su una cultura diversa. Essi sono per noi dei guardiani, dei custodi che ci impediscono di sprofondare nel sonno”. Curiosità e freschezza dunque le parole d’ordine, per non smettere di guardare lontano.

Circa 400 le opere in mostra, inedite in Europa, di 46 fotografi contemporanei provenienti da 29 paesi fra Africa, America del Sud, Russia, Asia, Medio Oriente e Oceania. Una esigua percentuale le donne, a riprova di quanto poco spazio sia riservato - soprattutto a certe latitudini - allo sguardo femminile.
Nella produzione degli autori prevalgono le “storie” e il ritratto, assieme ad alcune incursioni nello still life e nel paesaggio (per lo più urbano).

Grande attenzione per gli allestimenti, tanto che la seconda voce dopo quella della direzione artistica è la scenografia, affidata a Patrick Jouin, Compasso d’Oro 2011. Un percorso espositivo lungo le rive della Senna pensato per essere fruito 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a cui fa eco la sezione all’esterno del Musée du quai Branly.
In calendario anche incontri, proiezioni, dibattiti e una serie di interventi in merito al programma di sostegno alla creazione artistica fotografica in collaborazione con la Fondation Total.
Diversi i partner che concorrono alla promozione degli artisti: l’Ambasciata d’Australia, la Galerie Baudoin Lebon, la Galerie In Camera, la Galerie Paris-Beijing, la Maison de l’Amérique latine, la Maison européenne de la photographie, il Petit Palais, la Polka Galerie e la Tour Eiffel.

Dal 13 settembre all’11 novembre 2011
Musée du quai Branly
37, quai Branly - Paris
Le mostre lungo la Senna sono sempre aperte, l’accesso a quelle nel giardino del museo è vincolato agli orari di quest’ultimo (ma/me/do 11-19, gio/ve/sa 11-21)
www.photoquai.fr

(picture by Helmut Newton)
In the “analog photography era”, professional photographers used to take test Polaroids before the official shots. The gesture of tossing the Pola, with a self-confident wrist movement, is one of the most cool and iconic scenes in the imaginary of all the nostalgics of film photography and its golden age. Many beautiful instant shots have got lost. Luckily for us, Helmut Newton used to save his Polaroids: thanks his wife June’s precious collaboration, Taschen has recently published a selection of them. Many images are the tests for famous shots already included in other titles by the same editor: “Sumo”,  “A Gun for Hire” and “Work”.Helmut Newton, “Polaroids”Hardcover, 21 x 27,5 cm, 224 pages€ 39.99Editor: Taschen
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fotografia.ilgiornale.it/view_news.php?id=3922
Il gesto di verificare con una polaroid composizione e schema luci prima  di procedere con lo scatto ufficiale è rimasto indissolubilmente legato  al mondo della fotografia analogica professionale. I feticisti della  pellicola istantanea ancora fremono al ricordo del “cerimoniale”,  compresi suoni e odori, di quel momento. C’è persino chi misurava il  talento e il fascino di un fotografo dall’espressione soddisfatta con  cui allungava per un attimo uno sguardo obliquo sul risultato prima di  gettarlo via con un sapiente gioco di polso.Sto giocando, ma di pola sui set ne sono davvero “volate” tante. E fra queste si contano moltissime belle immagini andate perse.Helmut  Newton (1920-2004), che non ha bisogno di presentazioni, ci ha fatto il  grande piacere di conservarle ed oggi un volume di Taschen, realizzato  con la preziosa collaborazione di sua moglie June, le raccoglie.Molti  degli scatti sono le anteprime di noti lavori di Newton già pubblicati  dalla casa editrice in “Sumo”, “A Gun for hire” e “Work”.Helmut Newton, “Polaroids”21 x 27,5 cm, 224 pagineDisponibile anche in italianoPrezzo: 39,99 euroEdizione: Taschen

(picture by Helmut Newton)

In the “analog photography era”, professional photographers used to take test Polaroids before the official shots. The gesture of tossing the Pola, with a self-confident wrist movement, is one of the most cool and iconic scenes in the imaginary of all the nostalgics of film photography and its golden age.
Many beautiful instant shots have got lost. Luckily for us, Helmut Newton used to save his Polaroids: thanks his wife June’s precious collaboration, Taschen has recently published a selection of them.
Many images are the tests for famous shots already included in other titles by the same editor: “Sumo”,  “A Gun for Hire” and “Work”.

Helmut Newton, “Polaroids”
Hardcover, 21 x 27,5 cm, 224 pages
€ 39.99
Editor: Taschen

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fotografia.ilgiornale.it/view_news.php?id=3922

Il gesto di verificare con una polaroid composizione e schema luci prima di procedere con lo scatto ufficiale è rimasto indissolubilmente legato al mondo della fotografia analogica professionale. I feticisti della pellicola istantanea ancora fremono al ricordo del “cerimoniale”, compresi suoni e odori, di quel momento. C’è persino chi misurava il talento e il fascino di un fotografo dall’espressione soddisfatta con cui allungava per un attimo uno sguardo obliquo sul risultato prima di gettarlo via con un sapiente gioco di polso.
Sto giocando, ma di pola sui set ne sono davvero “volate” tante. E fra queste si contano moltissime belle immagini andate perse.
Helmut Newton (1920-2004), che non ha bisogno di presentazioni, ci ha fatto il grande piacere di conservarle ed oggi un volume di Taschen, realizzato con la preziosa collaborazione di sua moglie June, le raccoglie.
Molti degli scatti sono le anteprime di noti lavori di Newton già pubblicati dalla casa editrice in “Sumo”, “A Gun for hire” e “Work”.


Helmut Newton, “Polaroids”
21 x 27,5 cm, 224 pagine
Disponibile anche in italiano
Prezzo: 39,99 euro
Edizione: Taschen

wmacao (City assembly on May 10th. Among the participants, Nobel Prize Dario Fo)

On saturday May the 5th many citizens and workers in the fields of arts, entertainment and culture entered and occupied the tower Galfa, in order to create Macao, the new arts center in Milan.
The tower is owned by Fondiaria Sai whose honorary reference is Ligresti. The tower is located in a historic office skyscraper in the centrum of Milan, which has been left abandoned for more than fifteen years.
In an extraordinary way, the creation of a new space for arts involved thousands of people, that since one week are working hard to make this space livable and visible.
A lot of us every day come to Macao and experience the sharing of purposes and vision, which is letting emerge a brand new perspective about the creation of an arts and culture center in the city.
We are receiving numerous requests, by academies, universities and intellectuals that want to participate to this project in Macao, by sharing their knowledge, providing their own means of production, carrying whole classes and workshops in a space that, increasingly, is emerging as an ultimate imaginable situation of beauty and cultural enrichment.
We believe that this process of participation that we are all living with wonder and enthusiasm can really represent the birth of a new perspective and a way to rethink the culture, especially during these times in which, too often, culture itself is considered as something relegated to secondary importance, because of a generalized crisis that keeps preventing us from imagining a future truly full of chances. We, instead, believe that Macao is showing, with strength, tenacity and vision, another concept of thinking about power relations and another way of understanding life times. All this is contagious.
That said, the threat of imminent eviction is very heavy and we should not leave this wonderful process in the hands of the logic of police repression.
WE ASK TO ALL OF US, ALL CITIZENS, ARTISTS AND THINKERS, TO SHARE AND SPREAD THIS APPEAL TO PROTECT MACAO.
Send an email to proteggiamomacao@gmail.com to sign the call of support

————————————————————————————————————————

Sabato 5 Maggio i cittadini e i lavoratori dell’arte, dello spettacolo e della cultura sono entrati nella torre Galfa per aprire Macao, il nuovo centro per le arti di Milano.La torre Galfa è di proprietà di Fondiaria SAI li cui presidente onorario è Ligresti, uno storico grattacielo nel centro direzionale di Milano, abbandonato da più di quindici anni.Un’apertura che ha coinvolto in modo straordinario e trasversale migliaia di persone, che da una settimana stanno lavorando senza sosta per rendere questo spazio vivibile e visibile.Siamo in tanti ogni giorno a sperimentare un’esperienza di condivisione, di intenti e di visioni che sta delineando una prospettiva inedita nella costituzione di un centro per le arti e la cultura in questa città.Innumerevoli le richieste da parte di Accademie, Università e intellettuali di partecipare a Macao, condividendo le loro conoscenze, mettendo a disposizione i loro mezzi di produzione, trasportando intere classi e workshop all’interno di uno spazio che, sempre più, si sta delineando come una situazione finalmente immaginabile di bellezza e di ricchezza.Crediamo che questo processo di partecipazione che tutti stiamo vivendo con stupore ed entusiasmo, rappresenti finalmente una nuova prospettiva di fare e ripensare la cultura, in un periodo dove troppo spesso questa è relegata a cosa di secondaria importanza, a causa di una crisi generalizzata che sempre più è dispositivo che ci impedisce di immaginare il futuro. Crediamo che a Macao si sta invece mostrando con forza, tenacia e incredibile visionarietà un altro modo di pensare i rapporti di forza e un altro modo di intendere i tempi di vita. Tutto questo è contagioso.Detto questo, le minacce di sgombero sono molto pesanti e imminenti, non dobbiamo lasciare questo meraviglioso processo in mano a una logica di repressione poliziesca. CHIEDIAMO AI TUTTI, CITTADINI, ARTISTI E INTELLETTUALI, DI SOTTOSCRIVERE E DIFFONDERE QUESTO APPELLO PER PROTEGGERE MACAO.
Macao Per firmare l’appello inviare una mail a proteggiamomacao@gmail.com

wmacao (City assembly on May 10th. Among the participants, Nobel Prize Dario Fo)

On saturday May the 5th many citizens and workers in the fields of arts, entertainment and culture entered and occupied the tower Galfa, in order to create Macao, the new arts center in Milan.

The tower is owned by Fondiaria Sai whose honorary reference is Ligresti. The tower is located in a historic office skyscraper in the centrum of Milan, which has been left abandoned for more than fifteen years.

In an extraordinary way, the creation of a new space for arts involved thousands of people, that since one week are working hard to make this space livable and visible.

A lot of us every day come to Macao and experience the sharing of purposes and vision, which is letting emerge a brand new perspective about the creation of an arts and culture center in the city.

We are receiving numerous requests, by academies, universities and intellectuals that want to participate to this project in Macao, by sharing their knowledge, providing their own means of production, carrying whole classes and workshops in a space that, increasingly, is emerging as an ultimate imaginable situation of beauty and cultural enrichment.

We believe that this process of participation that we are all living with wonder and enthusiasm can really represent the birth of a new perspective and a way to rethink the culture, especially during these times in which, too often, culture itself is considered as something relegated to secondary importance, because of a generalized crisis that keeps preventing us from imagining a future truly full of chances. We, instead, believe that Macao is showing, with strength, tenacity and vision, another concept of thinking about power relations and another way of understanding life times. All this is contagious.

That said, the threat of imminent eviction is very heavy and we should not leave this wonderful process in the hands of the logic of police repression.

WE ASK TO ALL OF US, ALL CITIZENS, ARTISTS AND THINKERS, TO SHARE AND SPREAD THIS APPEAL TO PROTECT MACAO.

Send an email to proteggiamomacao@gmail.com to sign the call of support

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Sabato 5 Maggio i cittadini e i lavoratori dell’arte, dello spettacolo e della cultura sono entrati nella torre Galfa per aprire Macao, il nuovo centro per le arti di Milano.
La torre Galfa è di proprietà di Fondiaria SAI li cui presidente onorario è Ligresti, uno storico grattacielo nel centro direzionale di Milano, abbandonato da più di quindici anni.
Un’apertura che ha coinvolto in modo straordinario e trasversale migliaia di persone, che da una settimana stanno lavorando senza sosta per rendere questo spazio vivibile e visibile.
Siamo in tanti ogni giorno a sperimentare un’esperienza di condivisione, di intenti e di visioni che sta delineando una prospettiva inedita nella costituzione di un centro per le arti e la cultura in questa città.
Innumerevoli le richieste da parte di Accademie, Università e intellettuali di partecipare a Macao, condividendo le loro conoscenze, mettendo a disposizione i loro mezzi di produzione, trasportando intere classi e workshop all’interno di uno spazio che, sempre più, si sta delineando come una situazione finalmente immaginabile di bellezza e di ricchezza.

Crediamo che questo processo di partecipazione che tutti stiamo vivendo con stupore ed entusiasmo, rappresenti finalmente una nuova prospettiva di fare e ripensare la cultura, in un periodo dove troppo spesso questa è relegata a cosa di secondaria importanza, a causa di una crisi generalizzata che sempre più è dispositivo che ci impedisce di immaginare il futuro. Crediamo che a Macao si sta invece mostrando con forza, tenacia e incredibile visionarietà un altro modo di pensare i rapporti di forza e un altro modo di intendere i tempi di vita. Tutto questo è contagioso.

Detto questo, le minacce di sgombero sono molto pesanti e imminenti, non dobbiamo lasciare questo meraviglioso processo in mano a una logica di repressione poliziesca. 

CHIEDIAMO AI TUTTI, CITTADINI, ARTISTI E INTELLETTUALI, DI SOTTOSCRIVERE E DIFFONDERE QUESTO APPELLO PER PROTEGGERE MACAO.

Macao

Per firmare l’appello inviare una mail a proteggiamomacao@gmail.com

(via wmacao)

(Picture by Gioberto/Noro: Camera #4 [2006], courtesy Galleria Alberto Peola)
Same team - Fabio Castelli with Studio 3/3 photography projects, Gigliola Foschi, Elio Grazioli, Roberto Mutti and Enrica Viganò - and game plan - one artist for each booth and one mini catalogue for each artist – for the second edition of MIA Fair.What is new: the Fashion Fine Art pavilion, the area focused on quality publishing and two awards, respectively promoted by Ferrarelle and BNL – BNP Gruppo Paribas. The first one will choose one indipendent artist (the so-called Proposte) and purchase one print for €10.000. The second one, of an amount of  €12.000, is addressed to the artists presented by the galleries and its jury has already selected 15 photographers. Among them, a giant the likes of Ugo Mulas who died in 1973 (and he’s not the only one dead person on the list). Don’t you think this prize would be much more useful to an alive contemporary talent?The fair, anyway, deserves a visit. If you can’t come to Milan, thank TheFairGoer you can do a tour lying on your sofa.
MIA – Milan Image Art FairSuperstudioPiù - Via Tortona 27, Milan (Italy)Thursday May 3rd 2012 by invitation only Friday May 4th from 12 pm to 10 pmSaturday May 5th from 11 am to 9 pmSunday May 6th from 11 am to 8 pmRatesFull-fare ticket, 15 €2 Days, 20 €Reduced rate, 12 € (student less than 26 years, Touring club members, FNAC card, Mediaworld card and groups 10 people )free entry - Children up to 12 years oldReduced rate———————————————————————————————————
www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/452242/
Torna il MIA - Milan Image Art Fair, l’unica fiera d’arte italiana interamente dedicata alla fotografia e (meno) al video. Squadra che vince non si cambia ed ecco allora che anche per la seconda edizione Fabio Castelli si è avvalso della collaborazione di Studio 3/3 photography projects, studio di ricerca sull’immagine fotografica, Gigliola Foschi, curatrice e giornalista, Elio Grazioli, critico d’arte contemporanea e curatore, Roberto Mutti, curatore e critico fotografico, Enrica Viganò, curatrice, critica fotografica e organizzatrice di eventi legati alla fotografia. Stesso anche lo schema in campo: uno stand per ogni artista (promosso da una galleria o dagli organizzatori), ad ogni artista il suo mini catalogo.  Duecentocinquanta gli espositori - spazi espositivi, fotografi indipendenti (le Proposte), archivi ed istituto di formazione, editoria specializzata e fotolaboratori - e fittissimo il calendario di incontri e presentazioni.Novità di quest’anno, il padiglione Fashion Fine Art Photography e una sezione appositamente dedicata all’editoria di qualità, dai libri storici al tanto di moda self-publishing.Non solo, alla loro prima edizione anche due premi indetti rispettivamente da Ferrarelle e BNL – BNP Gruppo Paribas, che con Lavazza e BMW supportano la manifestazione. Ciascuna giuria è  composta da un rappresentante del relativo sponsor promotore e dai membri del comitato scientifico di MIA: il primo, riservato alle Proposte, prevede l’acquisto da parte dell’azienda dell’opera vincitrice per un ammontare di 10 mila Euro; il secondo, di 12 mila Euro, ha già scremato, fra gli autori rappresentati dalle gallerie, una rosa di 15 alla ricerca di “individualità a confronto, di opportunità diverse, di passione per il passato insieme allo slancio propositivo verso il futuro”. Speriamo allora sia il futuro ad ispirare la scelta finale visto che la cifra stanziata meglio sarebbe impiegata per sostenere un talento contemporaneo piuttosto che un mostro sacro come Ugo Mulas (fra i 15!) che, lo dico a chi fosse sfuggito, è morto nel 1973. Assieme a lui, sempre in lizza per il premio, mi risulta ci abbiano lasciati anche Pasquale De Antonis e Davide Mosconi.L’ingresso costicchia, ma la manifestazione, va detto, merita la visita di insider, appassionati e curiosi. La miriade di micro personali la rende molto godibile e gli stimoli, nel complesso, sono molti. Non riuscite a venire a Milano? Grazie all’intelligente servizio di TheFairGoer potrete visitarla direttamente dalla poltrona di casa.Tante le aspettative, non potrebbe essere altrimenti visto che l’edizione precedente ha registrato un grandissimo successo di pubblico. Non solo, pare diverse gallerie, e con loro gli autori, si siano rallegrate per le vendite. Sarà lo stesso anche quest’anno? Il buco nero della crisi si fa più profondo, passa l’effetto novità e già le prime “Cassandre” di settore pronosticano che molte più stampe rimarranno “parcheggiate”. Non arricciate il naso, sempre di fiera si tratta!MIA - Milan Image Art FairSuperstudioPiù - Via Tortona 27, MilanoGiovedì 3 maggio su invitoVenerdì 4 maggio dalle 12.00 alle 22.00Sabato 5 maggio dalle 11.00 alle 21.00Domenica 6 maggio dalle 11.00 alle 20.00Biglietti:Intero, 15 €Pass 2 giorni, 20 €Ridotto (studenti con meno di 26 anni, soci Touring club, tessera FNAC, tessera Mediaworld, Gruppi di 10 persone), 12 €Free entry - Bambini fino a 12 anniRiduzioni online

(Picture by Gioberto/Noro: Camera #4 [2006], courtesy Galleria Alberto Peola)


Same team - Fabio Castelli with Studio 3/3 photography projects, Gigliola Foschi, Elio Grazioli, Roberto Mutti and Enrica Viganò - and game plan - one artist for each booth and one mini catalogue for each artist – for the second edition of MIA Fair.
What is new: the Fashion Fine Art pavilion, the area focused on quality publishing and two awards, respectively promoted by Ferrarelle and BNL – BNP Gruppo Paribas. The first one will choose one indipendent artist (the so-called Proposte) and purchase one print for €10.000. The second one, of an amount of  €12.000, is addressed to the artists presented by the galleries and its jury has already selected 15 photographers. Among them, a giant the likes of Ugo Mulas who died in 1973 (and he’s not the only one dead person on the list). Don’t you think this prize would be much more useful to an alive contemporary talent?
The fair, anyway, deserves a visit. If you can’t come to Milan, thank TheFairGoer you can do a tour lying on your sofa.



MIA – Milan Image Art Fair
SuperstudioPiù - Via Tortona 27, Milan (Italy)
Thursday May 3rd 2012 by invitation only
Friday May 4th from 12 pm to 10 pm
Saturday May 5th from 11 am to 9 pm
Sunday May 6th from 11 am to 8 pm

Rates
Full-fare ticket, 15 €
2 Days, 20 €
Reduced rate, 12 € (student less than 26 years, Touring club members, FNAC card, Mediaworld card and groups 10 people )
free entry - Children up to 12 years old
Reduced rate

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/452242/



Torna il MIA - Milan Image Art Fair, l’unica fiera d’arte italiana interamente dedicata alla fotografia e (meno) al video. Squadra che vince non si cambia ed ecco allora che anche per la seconda edizione Fabio Castelli si è avvalso della collaborazione di Studio 3/3 photography projects, studio di ricerca sull’immagine fotografica, Gigliola Foschi, curatrice e giornalista, Elio Grazioli, critico d’arte contemporanea e curatore, Roberto Mutti, curatore e critico fotografico, Enrica Viganò, curatrice, critica fotografica e organizzatrice di eventi legati alla fotografia.
Stesso anche lo schema in campo: uno stand per ogni artista (promosso da una galleria o dagli organizzatori), ad ogni artista il suo mini catalogo. 

Duecentocinquanta gli espositori - spazi espositivi, fotografi indipendenti (le Proposte), archivi ed istituto di formazione, editoria specializzata e fotolaboratori - e fittissimo il calendario di incontri e presentazioni.
Novità di quest’anno, il padiglione Fashion Fine Art Photography e una sezione appositamente dedicata all’editoria di qualità, dai libri storici al tanto di moda self-publishing.
Non solo, alla loro prima edizione anche due premi indetti rispettivamente da Ferrarelle e BNL – BNP Gruppo Paribas, che con Lavazza e BMW supportano la manifestazione. Ciascuna giuria è  composta da un rappresentante del relativo sponsor promotore e dai membri del comitato scientifico di MIA: il primo, riservato alle Proposte, prevede l’acquisto da parte dell’azienda dell’opera vincitrice per un ammontare di 10 mila Euro; il secondo, di 12 mila Euro, ha già scremato, fra gli autori rappresentati dalle gallerie, una rosa di 15 alla ricerca di “individualità a confronto, di opportunità diverse, di passione per il passato insieme allo slancio propositivo verso il futuro”. Speriamo allora sia il futuro ad ispirare la scelta finale visto che la cifra stanziata meglio sarebbe impiegata per sostenere un talento contemporaneo piuttosto che un mostro sacro come Ugo Mulas (fra i 15!) che, lo dico a chi fosse sfuggito, è morto nel 1973. Assieme a lui, sempre in lizza per il premio, mi risulta ci abbiano lasciati anche Pasquale De Antonis e Davide Mosconi.

L’ingresso costicchia, ma la manifestazione, va detto, merita la visita di insider, appassionati e curiosi. La miriade di micro personali la rende molto godibile e gli stimoli, nel complesso, sono molti. Non riuscite a venire a Milano? Grazie all’intelligente servizio di TheFairGoer potrete visitarla direttamente dalla poltrona di casa.
Tante le aspettative, non potrebbe essere altrimenti visto che l’edizione precedente ha registrato un grandissimo successo di pubblico. Non solo, pare diverse gallerie, e con loro gli autori, si siano rallegrate per le vendite. Sarà lo stesso anche quest’anno? Il buco nero della crisi si fa più profondo, passa l’effetto novità e già le prime “Cassandre” di settore pronosticano che molte più stampe rimarranno “parcheggiate”. Non arricciate il naso, sempre di fiera si tratta!


MIA - Milan Image Art Fair
SuperstudioPiù - Via Tortona 27, Milano
Giovedì 3 maggio su invito
Venerdì 4 maggio dalle 12.00 alle 22.00
Sabato 5 maggio dalle 11.00 alle 21.00
Domenica 6 maggio dalle 11.00 alle 20.00

Biglietti:
Intero, 15 €
Pass 2 giorni, 20 €
Ridotto (studenti con meno di 26 anni, soci Touring club, tessera FNAC, tessera Mediaworld, Gruppi di 10 persone), 12 €
Free entry - Bambini fino a 12 anni
Riduzioni online

(Tayo Onorato & Nico Krebs: “Book Cam”- 2011)Despite the organizing committee’s efforts, Milan PhotoFestival is still far from being an organic and widely communicated event, fully integrated into the city’s fabric. It seems Milan, Italian “capital” of Photography and yet as flat as the worst of the souffles, settles for the galleries’ adherence, without a direction to whom give power and resources and, consequently, from whom expect proposals,  gambles, results.A list of exhibition doesn’t make a festival.Three highlights:- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): “A Man Within” by William S. Burroughs, documentary by Yony Leyser focused on the life of the Beat writer. May 11th, 9h00 pm (English);- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): the best production by the students of the schools and academies of photography in Milan (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Tll May 12th, Mon-Sun 4h00-7h30 pm;- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era, an exhibition dedicated to the Swiss artists Taiyo Onorato e Nico Krebs. Till April 14th, Mon-Sat 11h00 am - 1h00 pm / 3h00 - 7h30 pm.
The pages focused on the Festival by Photographers.it
The official site.
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Nonostante i lodevoli sforzi degli organizzatori, il PhotoFestival è ancora lontano dall’essere una rassegna organica, ben comunicata e realmente integrata nel tessuto cittadino. Viene da pensare che a Milano, da anni “capitale” della fotografia in Italia eppure clamorosamente “sgonfia” come il peggiore dei sufflè, basti raccogliere le adesioni degli spazi espositivi senza una regia a cui conferire poteri e risorse e dalla quale aspettarsi, in funzione di essi, proposte, scommesse, risultati.Una lista di mostre non è necessariamente un festival. Tre segnalazioni:- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): proiezione di “A Man Within” di William S. Burroughs, documentario in lingua originale di Yony Leyser sulla vita dello scrittore della Beat Generation. Venerdì 11 maggio 2012, ore 21.00;- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): il meglio della produzione delle scuole e delle accademie di fotografia milanesi (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Fino al 12 maggio, orari lunedì-domenica 16:00-19:30;- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era (Fine di un’Era), personale degli artisti svizzeri Taiyo Onorato e Nico Krebs. Fino al 14 aprile, lunedì-sabato 11-13/15-19:30.Qui un approfondimento sulla manifestazione.

(Tayo Onorato & Nico Krebs: “Book Cam”- 2011)


Despite the organizing committee’s efforts, Milan PhotoFestival is still far from being an organic and widely communicated event, fully integrated into the city’s fabric. It seems Milan, Italian “capital” of Photography and yet as flat as the worst of the souffles, settles for the galleries’ adherence, without a direction to whom give power and resources and, consequently, from whom expect proposals,  gambles, results.
A list of exhibition doesn’t make a festival.

Three highlights:
- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): “A Man Within” by William S. Burroughs, documentary by Yony Leyser focused on the life of the Beat writer. May 11th, 9h00 pm (English);
- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): the best production by the students of the schools and academies of photography in Milan (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Tll May 12th, Mon-Sun 4h00-7h30 pm;
- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era, an exhibition dedicated to the Swiss artists Taiyo Onorato e Nico Krebs. Till April 14th, Mon-Sat 11h00 am - 1h00 pm / 3h00 - 7h30 pm.

The pages focused on the Festival by Photographers.it

The official site.

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Nonostante i lodevoli sforzi degli organizzatori, il PhotoFestival è ancora lontano dall’essere una rassegna organica, ben comunicata e realmente integrata nel tessuto cittadino. Viene da pensare che a Milano, da anni “capitale” della fotografia in Italia eppure clamorosamente “sgonfia” come il peggiore dei sufflè, basti raccogliere le adesioni degli spazi espositivi senza una regia a cui conferire poteri e risorse e dalla quale aspettarsi, in funzione di essi, proposte, scommesse, risultati.
Una lista di mostre non è necessariamente un festival.

Tre segnalazioni:
- Cinema Palestrina (via Palestrina, 7): proiezione di “A Man Within” di William S. Burroughs, documentario in lingua originale di Yony Leyser sulla vita dello scrittore della Beat Generation. Venerdì 11 maggio 2012, ore 21.00;
- Spazio Concept (Via Forcella, 7-13): il meglio della produzione delle scuole e delle accademie di fotografia milanesi (Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Teatro della Scala,CFP Bauer-Afol, IED Istituto Europeo del Design, Istituto Italiano di Fotografia, Scuola Milano Cinema Televisione). Fino al 12 maggio, orari lunedì-domenica 16:00-19:30;
- Galleria Riccardo Crespi (Via Mellerio, 1): End of an Era (Fine di un’Era), personale degli artisti svizzeri Taiyo Onorato e Nico Krebs. Fino al 14 aprile, lunedì-sabato 11-13/15-19:30.

Qui un approfondimento sulla manifestazione.

(Picture by Samuel Aranda)
The World Press of the Year 2011 goes to “the Pieta” by Samuel Aranda from Spain.The pictures shows what we’ve already seen in every country, among all peoples, in museums and churches too: a woman who received the man’s sorrow into her arms.The caption says the woman is holding a wounded relative inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa (Yemen) on 15 October 2011. We don’t know exactly who she is or what she thinks. It doesn’t matter: she just isn’t herself any more, she’s already a symbol. We all sink into her embrace.I’m not sure, unlike some jurors has commented, the photograph witnesses the crucial role played by women in North African and Middle Eastern revolutions. I’m touched by this minimal and whispered scene which gives us back a delicate image of the veiled women, often related only to dramatic terrorist episodes.Here all the WPP  winners (Arab Spring and Japan’s Tsunami are obviously the two major themes of the competition).
——————————————————————————————————————
www.photographers.it/news/world-press-photo-2012-il-primo-premio-a-samuel-aranda-4660.html
La foto che ha vinto il World Press Photo of the Year, dello spagnolo Samuel Aranda, mostra quello che succede da sempre a tutte le latitudini, in tutti i popoli. Una scena già vista migliaia di volte, ne traboccano anche i musei e le chiese: una donna che accoglie nelle proprie braccia il dolore dell’uomo, come forse solo lei sa fare. Un’immagine intima, iconica e potente. La didascalia spiega che lo scatto è stato realizzato all’interno di una moschea di Sanaa (Yemen) convertita in ospedale per accogliere i dimostranti piegati dal regime di Ali Abdullah Saleh e che quello che la donna stringe a se’ è un parente ferito. Niente sangue raggrumato, niente mutilazioni o grida; si intravede appena la smorfia della bocca dell’uomo il cui volto è in gran parte nascosto dalle pieghe dello sharshaf nero - simile al più noto niqab saudita - indossato da lei. Del viso femminile, inclinato verso il basso, non scorgiamo nulla, neppure gli occhi. Bastano le sue mani inguantate, il gesto misurato e amorevole di braccia e busto. Come si chiama, cosa penserà? Che importa, non è già più solo se stessa, è diventata simbolo. In quell’abbraccio sprofondiamo tutti.Non credo, come dichiarano alcuni dei giurati, la foto sveli il ruolo fondamentale della donna nelle rivoluzioni in Medio Oriente e Nord Africa. Mi commuove piuttosto questa scena minima e sussurrata che ci restituisce un’immagine delicata delle donne velate, troppe volte ricollegate solo a tristi episodi terroristici. Sul sito di Aranda trovate l’intero servizio. Come spesso accade, il progetto nel suo insieme non ha la stessa forza della foto vincitrice.La Primavera Araba è inevitabilmente protagonista di molti altri servizi premiati. Dopo di lei, lo Tsunami in Giappone.Sette gli italiani finalisti: Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Edoardo Castaldo, Pietro Paolini, Emiliano Larizza, Francesco Zizola e Simona Ghizzoni. Qui trovate tutte le gallery. Ah!, di ciascuna foto potete conoscere iso, focale e tempo/diaframma. In pratica come in ogni forum di fotoamatori che si rispetti!

(Picture by Samuel Aranda)



The World Press of the Year 2011 goes to “the Pieta” by Samuel Aranda from Spain.
The pictures shows what we’ve already seen in every country, among all peoples, in museums and churches too: a woman who received the man’s sorrow into her arms.
The caption says the woman is holding a wounded relative inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa (Yemen) on 15 October 2011.
We don’t know exactly who she is or what she thinks. It doesn’t matter: she just isn’t herself any more, she’s already a symbol. We all sink into her embrace.
I’m not sure, unlike some jurors has commented, the photograph witnesses the crucial role played by women in North African and Middle Eastern revolutions. I’m touched by this minimal and whispered scene which gives us back a delicate image of the veiled women, often related only to dramatic terrorist episodes.
Here all the WPP  winners (Arab Spring and Japan’s Tsunami are obviously the two major themes of the competition).

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www.photographers.it/news/world-press-photo-2012-il-primo-premio-a-samuel-aranda-4660.html


La foto che ha vinto il World Press Photo of the Year, dello spagnolo Samuel Aranda, mostra quello che succede da sempre a tutte le latitudini, in tutti i popoli. Una scena già vista migliaia di volte, ne traboccano anche i musei e le chiese: una donna che accoglie nelle proprie braccia il dolore dell’uomo, come forse solo lei sa fare. Un’immagine intima, iconica e potente.
La didascalia spiega che lo scatto è stato realizzato all’interno di una moschea di Sanaa (Yemen) convertita in ospedale per accogliere i dimostranti piegati dal regime di Ali Abdullah Saleh e che quello che la donna stringe a se’ è un parente ferito. Niente sangue raggrumato, niente mutilazioni o grida; si intravede appena la smorfia della bocca dell’uomo il cui volto è in gran parte nascosto dalle pieghe dello sharshaf nero - simile al più noto niqab saudita - indossato da lei. Del viso femminile, inclinato verso il basso, non scorgiamo nulla, neppure gli occhi. Bastano le sue mani inguantate, il gesto misurato e amorevole di braccia e busto. Come si chiama, cosa penserà? Che importa, non è già più solo se stessa, è diventata simbolo. In quell’abbraccio sprofondiamo tutti.
Non credo, come dichiarano alcuni dei giurati, la foto sveli il ruolo fondamentale della donna nelle rivoluzioni in Medio Oriente e Nord Africa. Mi commuove piuttosto questa scena minima e sussurrata che ci restituisce un’immagine delicata delle donne velate, troppe volte ricollegate solo a tristi episodi terroristici.
Sul sito di Aranda trovate l’intero servizio. Come spesso accade, il progetto nel suo insieme non ha la stessa forza della foto vincitrice.

La Primavera Araba è inevitabilmente protagonista di molti altri servizi premiati. Dopo di lei, lo Tsunami in Giappone.
Sette gli italiani finalisti: Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Edoardo Castaldo, Pietro Paolini, Emiliano Larizza, Francesco Zizola e Simona Ghizzoni.
Qui trovate tutte le gallery. Ah!, di ciascuna foto potete conoscere iso, focale e tempo/diaframma. In pratica come in ogni forum di fotoamatori che si rispetti!

(picture by Gabriele Croppi)
“Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a  cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will  never again return to them”. Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz
“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an  attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons  which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the  second and third generation to re-live a drama which is for them  extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental  compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence  between images and experienced reality. In this, images assume a  symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a  compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in  time both in the collective and individual memory.
Edizioni Sonda presents  Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012 LAS - Via Montepertico, 1 Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance. In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)
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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/
“Di loro, ai tuoi  amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo  cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice  apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la  mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.Shoah  è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non  anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni  di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato  prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei  sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza  di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la  preservi dal passare del tempo.Gabriele  Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una  lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia,  perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali,  portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle  torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce  cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui  una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua  vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto  autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è  probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie  fotografiche dedicate all’argomento.La mostra “Shoah e postmemoria” apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della  Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate  dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici  durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il  2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica,  ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il  concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro  sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha  coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del  ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta  esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni  cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto  sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che  assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza  e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti  di immagini retoriche della Shoah.Ecco  allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario  sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata  massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le  geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale,  quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di  ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice  l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui  provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa  tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.Non  ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci  racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua  ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta  di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la  nostra di esperienza.Questo  lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito.  Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente  fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?R.  E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato  un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile  conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del  “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la  rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo  che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per  dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre  discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho  riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di  conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah. D.  In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non  conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare  certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere  sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir  proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come  ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie  in questo contesto?R.  Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come  quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo”  della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile  di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga  mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera  l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si  tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed  empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene  ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più  superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici  lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato  anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso  rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di  difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo  fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera  emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima  persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre  susseguitesi in Nord Africa. Col  passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione,  di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è  una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio  artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso  nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo  qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la  direzione in cui va il mio lavoro. 
*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)
Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LASpresenta in anteprima Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele CroppiLa Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012Presso LAS - Via Montepertico, 1Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172) Qui alcune immagini. Il  giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico  della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza  dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino  Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi  della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica  rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

(picture by Gabriele Croppi)

Tell them that even if your heart turns to stone, your brain to a cold calculator and your eyes to camera lenses, even then, you will never again return to them”.
Zalman Gradowski, The Scrolls of Auschwitz


“Shoah and post-memory” is a project to re-visit Shoah. It is an attempt to analyse the aesthetic, psychological and sociological reasons which are at the basis of past remembrance, that is, the ability of the second and third generation to re-live a drama which is for them extra-biographic. For them it is a necessary and fundamental compensation passage, of a void caused by the lack of correspondence between images and experienced reality. In this, images assume a symbolic, iconic strength of traces which go back ( through a compensation process) to an index of ideas and images sedimentary in time both in the collective and individual memory.

Edizioni Sonda presents
Shoah and Postmemory | by Gabriele Croppi
La Spezia (Italy), January 26th – February 11th 2012
LAS - Via Montepertico, 1
Tue-Sat 05h00-07h00 pm, free entrance.
In the morning on appointment for school groups (+39 3201841172)

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/439651/

“Di loro, ai tuoi amici e conoscenti […] che se il tuo cuore si tramuta in pietra, il tuo cervello in un freddo meccanismo e il tuo occhio in un semplice apparecchio fotografico, tu non andrai più da loro. […] Tieni stretta la mia mano, non tremare perché dovrai vedere cose ancora peggiori.”
Zalmen Gradowski, Rotoli di Auschwitz.


Shoah è il termine di recente adottato, soprattutto in ambito non anglosassone, per indicare il dramma che ebbe come protagonisti milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale. In passato il tema è stato prevalentemente affrontato attraverso la testimonianza dei sopravvissuti, ma man mano che questi scompaiono si è diffusa l’esigenza di uno studio profondo della materia e di una sua registrazione che la preservi dal passare del tempo.
Gabriele Croppi non si è mai interessato, se non per il breve tempo di una lezione a scuola, alla questione della Shoah o a quella più ampia, perché si allarga anche ad altre minoranze come zingari, omosessuali, portatori di handicap ecc., dell’Olocausto. È stata la silhouette delle torri di guardia del campo di Mauthausen, che si stagliavano alla luce cruda di una giornata come altre di qualche anno fa, a scatenare in lui una reazione tanto violenta da rappresentare uno spartiacque della sua vita personale e artistica. A quell’emozione si deve un potente progetto autoriale innestato su un vasto ed intenso studio della materia in cui è probabilmente impossibile incappare pensando ad altre serie fotografiche dedicate all’argomento.

La mostra “Shoah e postmemoria apre il 26 gennaio a La Spezia in occasione della Giornata della Memoria 2012 e raccoglie le 30 più significative immagini scattate dall’autore in campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici durante i suoi viaggi in Austria, Germania e Polonia tra il 2008 e il 2011. Scordatevi il documentarismo, l’operazione è puramente estetica, ma non per questo vile o ruffiana. Centrale, in questo senso, il concetto di postmemoria, scoperto da Croppi nel corso del suo lavoro sulla Shoah grazie a un saggio di Marianne Hirsch* che per prima ha coniato il termine. Si tratta di una dimensione extra biografica del ricordo, spesso legato ad un trauma familiare o collettivo: esso viene, per così dire, tramandato alle generazioni successive che lo fanno proprio pur non avendone fatta esperienza diretta. Questo tipo di memoria, che per ovvie ragioni cronologiche non si basa su eventi vissuti quanto piuttosto sull’immaginazione e la rappresentazione degli stessi, non può che assegnare alla fotografia un ruolo fondamentale per la sua sopravvivenza e “contagiosità”. Difficile pensare ad eventi più iconici e grondanti di immagini retoriche della Shoah.

Ecco allora che Gabriele Croppi pesca dal repertorio dell’immaginario sedimentato in ognuno di noi scegliendo icone minime dalla portata massima: una doccia arrugginita, il dettaglio di una divisa, le geometrie del filo spinato. Il registro è quello a lui più congeniale, quello del bianco e nero, reso materico, cupo e “sporco” già in fase di ripresa ed intervenendo sul sensore stesso della fotocamera. Duplice l’intento: da una parte mostrarci la fisionomia delle sensazioni da lui provate, dall’altra prendere dichiaratamente le distanze dalla diffusa tendenza ad una “museificazione” dei luoghi della Shoah.
Non ci racconta un fatto, non potrebbe farlo nemmeno se volesse, ci racconta un’esperienza, la sua. Il talento e la solidità della sua ricerca gli consentono il passo successivo, quello di aprire una sorta di varco spazio-temporale. A noi la facoltà di sporgercisi e vivere la nostra di esperienza.

Questo lavoro offre innumerevoli spunti di approfondimento e dibattito. Volendo rimanere aderente alla sua dimensione più prettamente fotografica, ho posto a Gabriele Croppi un paio di domande.

D. E’ possibile conciliare estetica ed etica nel rappresentare una tematica sociale?

R. E’ una questione molto complessa. Nel mio personale percorso c’è stato un momento, alla fine degli anni ‘90, in cui mi sembrava impossibile conciliare le due cose. Non riuscivo più a sostenere la ricerca del “bello” o di una soluzione estetica più o meno coerente, con la rappresentazione di tematiche sociali e drammatiche. Questo è il motivo che mi spinse ad abbandonare la fotografia di reportage sociale, per dedicarmi alla fotografia di ricerca e al rapporto fra questa ed altre discipline artistiche. Poi, a distanza di quasi un decennio, ho riscoperto l’importanza dell’aspetto estetico nel processo di conservazione della Memoria di un fatto storico come la Shoah.

D. In alcune interviste parli di diritto delle nuove generazioni alla non conoscenza della Shoah. Pur specificando chiaramente di non auspicare certo un diffondersi dell’ignoranza al riguardo, spieghi di ritenere sterile il paternalistico tentativo di forzare i più giovani a sentir proprio un dramma che sarebbero invece giustificati a percepire come ormai lontano dal proprio tempo. Come si inseriscono le tue fotografie in questo contesto?

R. Quando si affronta il tema della memoria di una tragedia colossale come quella dell’Olocausto, si tende a considerare l’aspetto “quantitativo” della memoria: di fare in modo, cioè, che il numero maggiore possibile di persone venga a conoscenza di ciò che è accaduto. Non ci si interroga mai sull’aspetto “qualitativo” della Memoria. Non si considera l’esistenza di una disparità di approcci mnemonici al fatto storico. Si tende, forse, a dare per scontata una partecipazione molto emotiva ed empatica al dramma: quella che è sicuramente appartenuta ed appartiene ai testimoni diretti. Ma c’è un’altra forma di memoria, più superficiale, più astratta, più passiva, che riguarda i fatti storici lontani e non vissuti. Questo tipo di approccio, che per 34 anni è stato anche il mio nei confronti del dramma della Shoah, viene spesso rimproverato in maniera retorica e paternalistica. Io mi sento di difendere questo atteggiamento e di accettarlo come un processo fisiologico e naturale. Oggi le nuove generazioni vivono in maniera emotiva e partecipata altri drammi: quelli che hanno vissuto in prima persona, come l’attentato alle torri gemelle o le numerose guerre susseguitesi in Nord Africa.
Col passare del tempo, ogni fatto storico tende ad uno stato di astrazione, di letterarizzazione, di idealizzazione: la memoria che ne consegue è una memoria qualitativamente diversa e più distaccata: l’approccio artisitico e finzionale, che per molti anni è stato criticato ed escluso nella trattazione del tema dell’Olocausto, può dare un contributo qualitativo alla Memoria di fatti temporalmente lontani. Questa è la direzione in cui va il mio lavoro.



*Immagini che sopravvivono: le fotografie dell’Olocausto e la postmemoria (UTET, 2006)



Edizioni Sonda in collaborazione con Istituzione per i Servizi Culturali della Spezia e LAS
presenta in anteprima
Shoah e Postmemoria | Fotografie di Gabriele Croppi
La Spezia, 26 gennaio 2012 - 11 febbraio 2012
Presso LAS - Via Montepertico, 1
Martedì-sabato ore 17-19, ingresso gratuito.
Tutte le mattine su appuntamento per gruppi scolastici (tel. 3201841172)
Qui alcune immagini.
 
Il giorno 27 gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Liceo Artistico della Spezia si terrà un incontro con l’autore alla presenza dell’editore Antonio Monaco e dello storico dell’Unversità di Torino Brunello Mantelli: un momento di approfondimento e dibattito sui temi della Shoah, della memoria e del valore della documentazione fotografica rivolto agli studenti delle scuole superiori e a tutti i cittadini.

(Picture by David Duprey - Associated Press)
Eastman Kodak files for or Chapter 11 bankruptcy protection, Citigroup is providing the Company with $950 million in financing to allow it to keep going. It seems centuries since this brand was synonymous with photography. Today it is bound to focus on the inkjet printing and to try to raise cash selling its huge intellectual property portfolio.It’s paradoxical that the Company has developed the first digital camera hasn’t be capable to match up with the market: in 1975, using a new type of electronic sensor invented six years earlier at Bell Labs, Kodak engineer Steven Sasson created the first digital camera capturing bw images at a resolution of 0.1 megapixels; in 1986 Kodak produced the first megapixel sensor small enough to fit in a hand-held camera (for scientific and industrial use). All through the 1990s, the Company invested $4 billion on developing the photo technology inside most of today’s cell phones and digital devices, but the management’s reluctance to ease its heavy reliance on film allowed the competitors to rush into this fast emerging sector.Kodak said that its non-American subsidiaries were not part of the filing.The catchphrase “Kodak moment” has been part of the common lexicon in the Anglophone market.
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www3.lastampa.it/fotografia/notizie-brevi/articolo/lstp/439338/Nelle ultime settimane le notizie che arrivano dal quartier generale di Kodak sembrano i bollettini medici di un malato terminale. L’epilogo il 19 gennaio scorso: la società ha chiesto il Chapter 11, ovvero l’amministrazione controllata, utilizzata in passato da Lehman Brothers ed Enron, tanto per capirsi. Citigroup le ha assicurato una linea di credito di 950 milioni di dollari per i prossimi 18 mesi per continuare a operare mentre si apre la fase di ristrutturazione della sede centrale e di tutte le sussidiarie americane.Il marchio, fondato nel 1888 da George Eastman, ha dominato per un secolo il mercato analogico diventando per molti il sinonimo stesso di fotografia. Come scordare il tormentone pubblicitario “Ciribiribì Kodak”?Il paradosso sta nel fatto che la società ha saputo anche creare la prima fotocamera digitale, senza tuttavia riuscire ad imporsi sulla relativa fetta di mercato. Nel 1975 un suo ingegnere, Steven Sasson, aveva infatti realizzato un prototipo – più simile a un tostapane che ad una macchina fotografica – che registrava immagini in bianco e nero di 0,1 megapixel utilizzando un nuovo sensore elettronico inventato sei anni prima nei laboratori Bell (il CCD) e una lente presa a prestito dalle cineprese Kodak. Per non parlare del sensore da 1,4 megapixel del 1986, il primo abbastanza piccolo da poter essere inserito all’interno di una reflex portatile, allora impiegato in ambito scientifico ed industriale. In quegli anni sono stati 4 i bilioni di dollari investiti per sviluppare la tecnologica che oggi troviamo all’interno della maggior parte dei cellulari e di altri dispositivi digitali. Pare sia stato il prolungato ed eccessivo affidamento al segmento delle pellicole da parte della dirigenza a far perdere il treno all’azienda.L’ultimo bilancio attivo è del 2006 e, al momento, l’unica soluzione per ripagare i creditori è vendere brevetti e proprietà intellettuali dai quali la società prevede di recuperare circa 600 milioni di dollari. Questo non le eviterà di dover abbandonare il settore fotografico per concentrarsi su quello di fotocopiatrici e stampanti.Kodak Italia ha dichiarato che le consociate non-statunitensi non rientrano nel processo di cui sopra e che continueranno ad “operare nella normalità”, mantenendo “tutti gli obblighi contratti verso clienti e fornitori in totale continuità”.

(Picture by David Duprey - Associated Press)



Eastman Kodak files for or Chapter 11 bankruptcy protection, Citigroup is providing the Company with $950 million in financing to allow it to keep going.
It seems centuries since this brand was synonymous with photography. Today it is bound to focus on the inkjet printing and to try to raise cash selling its huge intellectual property portfolio.
It’s paradoxical that the Company has developed the first digital camera hasn’t be capable to match up with the market: in 1975, using a new type of electronic sensor invented six years earlier at Bell Labs, Kodak engineer Steven Sasson created the first digital camera capturing bw images at a resolution of 0.1 megapixels; in 1986 Kodak produced the first megapixel sensor small enough to fit in a hand-held camera (for scientific and industrial use).
All through the 1990s, the Company invested $4 billion on developing the photo technology inside most of today’s cell phones and digital devices, but the management’s reluctance to ease its heavy reliance on film allowed the competitors to rush into this fast emerging sector.
Kodak said that its non-American subsidiaries were not part of the filing.


The catchphrase “Kodak moment” has been part of the common lexicon in the Anglophone market.

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Nelle ultime settimane le notizie che arrivano dal quartier generale di Kodak sembrano i bollettini medici di un malato terminale. L’epilogo il 19 gennaio scorso: la società ha chiesto il Chapter 11, ovvero l’amministrazione controllata, utilizzata in passato da Lehman Brothers ed Enron, tanto per capirsi. Citigroup le ha assicurato una linea di credito di 950 milioni di dollari per i prossimi 18 mesi per continuare a operare mentre si apre la fase di ristrutturazione della sede centrale e di tutte le sussidiarie americane.

Il marchio, fondato nel 1888 da George Eastman, ha dominato per un secolo il mercato analogico diventando per molti il sinonimo stesso di fotografia. Come scordare il tormentone pubblicitario “Ciribiribì Kodak”?
Il paradosso sta nel fatto che la società ha saputo anche creare la prima fotocamera digitale, senza tuttavia riuscire ad imporsi sulla relativa fetta di mercato. Nel 1975 un suo ingegnere, Steven Sasson, aveva infatti realizzato un prototipo – più simile a un tostapane che ad una macchina fotografica – che registrava immagini in bianco e nero di 0,1 megapixel utilizzando un nuovo sensore elettronico inventato sei anni prima nei laboratori Bell (il CCD) e una lente presa a prestito dalle cineprese Kodak. Per non parlare del sensore da 1,4 megapixel del 1986, il primo abbastanza piccolo da poter essere inserito all’interno di una reflex portatile, allora impiegato in ambito scientifico ed industriale. In quegli anni sono stati 4 i bilioni di dollari investiti per sviluppare la tecnologica che oggi troviamo all’interno della maggior parte dei cellulari e di altri dispositivi digitali. Pare sia stato il prolungato ed eccessivo affidamento al segmento delle pellicole da parte della dirigenza a far perdere il treno all’azienda.

L’ultimo bilancio attivo è del 2006 e, al momento, l’unica soluzione per ripagare i creditori è vendere brevetti e proprietà intellettuali dai quali la società prevede di recuperare circa 600 milioni di dollari. Questo non le eviterà di dover abbandonare il settore fotografico per concentrarsi su quello di fotocopiatrici e stampanti.
Kodak Italia ha dichiarato che le consociate non-statunitensi non rientrano nel processo di cui sopra e che continueranno ad “operare nella normalità”, mantenendo “tutti gli obblighi contratti verso clienti e fornitori in totale continuità”.

(picture by Mario Lasalandra, who has a solo exhibition at Festival Fotografico Italiano)

Two cities (divided by four thousand kilometres), both starting with letter B and currently hosting a photographic festival: Busto Arsizio (Italy) and Bamako (Mali).
The first, Festival Fotografico Italiano, is only at its second edition. It displays both famous and emerging artists, archive photography as well as pure research. Commendable the will to involve the education system, from Istituto Italiano di Fotografia in Milan to the local high schools, in order to give the students the possibility to play the role of authors or aware spectators. In Italy people rarely speak about Photography knowledgeably, so it’s very important to help the young public to develop a personal taste and critical sense and free himself from the usual proposals by a strongly self-referential field.
Les Rencontres de Bamako offer, instead, a reflection on the quest for a sustainable world, with the aim to outline an inventory and pay special attention to the signs and forms of resistance possible. The adherence to the theme proposed only confirmed the social and political commitment of African artists. Environmental and social concerns, once limited to a small circle of visionaries alerts, are now part of our daily lives and are at the heart of all debates, especially today that many African countries have recently celebrated their first 50 years of independence. The photographers have been called to witness and denounce, but also to suggest concrete solutions. To do that, some of them choose the journalistic formula, other ones turn to languages such as metaphor and “mise en scene”. 

www.festivalfotograficoitaliano.it  |  till December 4th 2011
www.rencontres-bamako.com |  till January 1st 2012


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www3.lastampa.it/fotografia/notizie-brevi/articolo/lstp/431313

Iniziano per B, distano fra  loro 4 mila chilometri ed entrambe ospitano, in questi giorni, una  rassegna fotografica. Sono Busto Arsizio e Bamako.A Busto prosegue, fino al 4 dicembre, il giovane Festival Fotografico Italiano, giovane perchè solo alla sua seconda edizione. La manifestazione, che coinvolge  anche altri comuni limitrofi, comprende diversi appuntamenti fra  incontri, presentazioni, workshop e un’asta benefica. A questi si  aggiungono una trentina di mostre dedicate ad autori storici e  contemporanei, alla documentazione d’archivio e a forme di  sperimentazione creativa più spinta. Lodevole la volontà di coinvolgere  un nutrito numero di scuole, dall’Istituto Italiano di Fotografia di  Milano ai licei e istituti tecnici locali, chiamando così gli studenti a  partecipare come autori o fruitori consapevoli. In Italia si parla  spesso di fotografia con scarsa cognizione di causa e ci si rifugia con  grande facilità nel rassicurante porto dei “soliti noti”. È dunque  ancora più importante fare cultura della fotografia partendo dalle  scuole e stimolare i ragazzi a sviluppare un gusto e un senso critico  che li affranchino dalle proposte a cui vorrebbe abituarli un settore  troppo spesso autoreferenziale.In Mali si svolge invece la Biennale di Fotografia di Bamako.  Al centro di questa edizione, che si chiuderà il 1°  gennaio 2012, la riflessione su un nuovo mondo “sostenibile”, a  conferma di quanto le istanze ambientali e socio-economiche del nostro  tempo stiano alla base, specialmente in Africa, della ricerca (e  dell’impegno politico) di molti artisti. L’urgenza di trovare alternative  concrete esce così dalla nicchia degli osservatori più competenti e  sensibili per aprirsi al dibattito pubblico e divenirne il cuore. Sono  molti i paesi africani che nel 2010 hanno celebrato i primi 50 anni di  indipendenza: un’occasione per stilare un bilancio non sempre positivo.  La Biennale ha così invitato gli autori coinvolti a testimoniare,  denunciare, ma anche a raccontare e suggerire soluzioni. I  lavori raccolti non si limitano, tuttavia, a parlare la lingua del giornalismo, e ricorrono spesso alla metafora e alla  mise en scene.Les  Rencontres de Bamako hanno inoltre presentato una panoramica di fotografi africani emergenti all’ultimo Paris Photo il cui ospite d’onore era, non a caso, il continento nero.

 

(picture by Mario Lasalandra, who has a solo exhibition at Festival Fotografico Italiano)

Two cities (divided by four thousand kilometres), both starting with letter B and currently hosting a photographic festival: Busto Arsizio (Italy) and Bamako (Mali).

The first, Festival Fotografico Italiano, is only at its second edition. It displays both famous and emerging artists, archive photography as well as pure research. Commendable the will to involve the education system, from Istituto Italiano di Fotografia in Milan to the local high schools, in order to give the students the possibility to play the role of authors or aware spectators. In Italy people rarely speak about Photography knowledgeably, so it’s very important to help the young public to develop a personal taste and critical sense and free himself from the usual proposals by a strongly self-referential field.

Les Rencontres de Bamako offer, instead, a reflection on the quest for a sustainable world, with the aim to outline an inventory and pay special attention to the signs and forms of resistance possible. The adherence to the theme proposed only confirmed the social and political commitment of African artists. Environmental and social concerns, once limited to a small circle of visionaries alerts, are now part of our daily lives and are at the heart of all debates, especially today that many African countries have recently celebrated their first 50 years of independence. The photographers have been called to witness and denounce, but also to suggest concrete solutions. To do that, some of them choose the journalistic formula, other ones turn to languages such as metaphor and “mise en scene”. 

www.festivalfotograficoitaliano.it  |  till December 4th 2011

www.rencontres-bamako.com |  till January 1st 2012

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Iniziano per B, distano fra loro 4 mila chilometri ed entrambe ospitano, in questi giorni, una rassegna fotografica. Sono Busto Arsizio e Bamako.

A Busto prosegue, fino al 4 dicembre, il giovane Festival Fotografico Italiano, giovane perchè solo alla sua seconda edizione. La manifestazione, che coinvolge anche altri comuni limitrofi, comprende diversi appuntamenti fra incontri, presentazioni, workshop e un’asta benefica. A questi si aggiungono una trentina di mostre dedicate ad autori storici e contemporanei, alla documentazione d’archivio e a forme di sperimentazione creativa più spinta. Lodevole la volontà di coinvolgere un nutrito numero di scuole, dall’Istituto Italiano di Fotografia di Milano ai licei e istituti tecnici locali, chiamando così gli studenti a partecipare come autori o fruitori consapevoli. In Italia si parla spesso di fotografia con scarsa cognizione di causa e ci si rifugia con grande facilità nel rassicurante porto dei “soliti noti”. È dunque ancora più importante fare cultura della fotografia partendo dalle scuole e stimolare i ragazzi a sviluppare un gusto e un senso critico che li affranchino dalle proposte a cui vorrebbe abituarli un settore troppo spesso autoreferenziale.

In Mali si svolge invece la Biennale di Fotografia di Bamako. Al centro di questa edizione, che si chiuderà il 1° gennaio 2012, la riflessione su un nuovo mondo “sostenibile”, a conferma di quanto le istanze ambientali e socio-economiche del nostro tempo stiano alla base, specialmente in Africa, della ricerca (e dell’impegno politico) di molti artisti. L’urgenza di trovare alternative concrete esce così dalla nicchia degli osservatori più competenti e sensibili per aprirsi al dibattito pubblico e divenirne il cuore. Sono molti i paesi africani che nel 2010 hanno celebrato i primi 50 anni di indipendenza: un’occasione per stilare un bilancio non sempre positivo. La Biennale ha così invitato gli autori coinvolti a testimoniare, denunciare, ma anche a raccontare e suggerire soluzioni. I lavori raccolti non si limitano, tuttavia, a parlare la lingua del giornalismo, e ricorrono spesso alla metafora e alla mise en scene.
Les Rencontres de Bamako hanno inoltre presentato una panoramica di fotografi africani emergenti all’ultimo Paris Photo il cui ospite d’onore era, non a caso, il continento nero.

 

(Picture by Federico and Luca)Children are often involved in awareness/charity campaigns leaded by the photography sector: they receive a camera and they take pictures with their “pure eyes”.Rarely they’re given sense of responsibility and a concrete learning opportunity. “Fotografi per un giorno” – an idea by Luciano Bobba for Insieme per i bambini Onlus - belongs to the second, commendable case.Teenagers and children (with family troubles or different kinds of physical/mental handicaps) attended workshops held by professional photographers and were expressly invited to collaborate in order to help other kids in difficulty: the fundraising, indeed, will support an organization the little photographers don’t belong to.The images, presented at Fnac Milan last October, are now on display at Lucca Photo Festival (November 19th - December 11th).
Fotografi per un giornoAuditorium Fondazione Banca del Monte di Lucca, Piazza San Martino – LuccaMon/Fri 03h00 – 07h30 pmWeekend (and December 8-9)  10h00 am – 07h30 pmFree entranceCatalog by Sonda
The associations involved: Famiglie Sindrome di William Association,  La  casa di Sam, the Benedetta d’Intino tutte Foundation in Milan,  Villaggio del Fanciullo in Lucca and the Circolo Vega in Genoa. The professional photographers: Alessandro Belgiojoso, Marika Bretoni,  Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie Gengotti,  Pino Ninfa, Ivo Saglietti and Enrico Stefanelli.
Technical sponsors: Samsung, Fnac, Canson, Sonda and Lucca Photo Fest
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www3.lastampa.it/fotografia/mostre/articolo/lstp/425483
I bambini vengono spesso coinvolti in iniziative di sensibilizzazione e  solidarietà condotte in ambito fotografico: gli si fornisce una  fotocamera e se ne riceve in cambio un’immagine del mondo filtrata dal  loro sguardo “speciale”. Tali operazioni possono essere più o meno  valide; talvolta sono anche “furbe”, non perché in cattiva fede,  piuttosto in quanto ispirate al concetto di minimo sforzo, massima resa.’Fotografi per un giorno’, nata da un’idea di Luciano Bobba e condotta da Insieme per i bambini Onlus,  va oltre. Sono stati attivati una serie di laboratori a Milano, Roma,  Genova e Lucca - curati da fotografi professionisti - che hanno  coinvolto realtà locali al servizio dell’infanzia e dell’adolescenza:  ciascun fotografo ha fornito spunti e assistenza a bimbi e ragazzi che  hanno così potuto apprendere nuove cose e disporre di maggiori strumenti  per esprimersi, pur in totale libertà, attraverso il mezzo fotografico.  Le immagini realizzate, raccolte in una mostra e in un volume edito  da Sonda, verranno battute all’asta per raccogliere fondi finalizzati a  sostenere un progetto incentrato sullo sport e lo sviluppo fisico di  adolescenti svantaggiati.Il valore aggiunto dell’operazione sta,  da una parte, nell’aver offerto competenze, stimoli e guida ai giovani  partecipanti; dall’altra, quest’ultimi sono stati chiamati a partecipare  in maniera consapevole e responsabile ad un progetto che mirava a  finanziare non le realtà a cui appartengono, ma un’altra associazione. I bambini, con situazioni familiari critiche alle spalle o  caratterizzati da disabilità fisiche/psichiche anche piuttosto severe,  si sono quindi impegnati personalmente ad aiutare loro coetanei in  difficoltà.  La mostra viene presentata in anteprima a Milano il  19 ottobre alle 18:30 presso la Fnac di Via Torino, dove rimarrà  allestita fino all’8 novembre. Farà poi tappa negli altri punti vendita  Fnac d’Italia e, dal 19 novembre all’11 dicembre, al Lucca Photo Fest.Oltre  a Luciano Bobba, hanno collaborato: Alessandro Belgiojoso, Marika  Bertoni, Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie  Gengotti, Pino Ninfa, Ivo Saglietti ed Enrico Stefanelli.
Le  associazioni coinvolte: Leonarda Vaccari di Roma; La Fanciullezza,  l’Associazione Famiglie Sindrome di Williams, la Casa di Sam e la  Fondazione Benedetta d’Intino di Milano; la Casa del Fanciullo di Lucca;  il circolo Vega di Genova.Sponsor tecnici: Samsung, Fnac, Canson, Edizioni Sonda e il Lucca Photo Fest.

(Picture by Federico and Luca)

Children are often involved in awareness/charity campaigns leaded by the photography sector: they receive a camera and they take pictures with their “pure eyes”.
Rarely they’re given sense of responsibility and a concrete learning opportunity. “Fotografi per un giorno” – an idea by Luciano Bobba for Insieme per i bambini Onlus - belongs to the second, commendable case.
Teenagers and children (with family troubles or different kinds of physical/mental handicaps) attended workshops held by professional photographers and were expressly invited to collaborate in order to help other kids in difficulty: the fundraising, indeed, will support an organization the little photographers don’t belong to.
The images, presented at Fnac Milan last October, are now on display at Lucca Photo Festival (November 19th - December 11th).


Fotografi per un giorno
Auditorium Fondazione Banca del Monte di Lucca, Piazza San Martino – Lucca
Mon/Fri 03h00 – 07h30 pm
Weekend (and December 8-9)  10h00 am – 07h30 pm
Free entrance
Catalog by Sonda

The associations involved: Famiglie Sindrome di William Association,  La casa di Sam, the Benedetta d’Intino tutte Foundation in Milan, Villaggio del Fanciullo in Lucca and the Circolo Vega in Genoa.

The professional photographers: Alessandro Belgiojoso, Marika Bretoni, Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie Gengotti, Pino Ninfa, Ivo Saglietti and Enrico Stefanelli.

Technical sponsors: Samsung, Fnac, Canson, Sonda and Lucca Photo Fest

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I bambini vengono spesso coinvolti in iniziative di sensibilizzazione e solidarietà condotte in ambito fotografico: gli si fornisce una fotocamera e se ne riceve in cambio un’immagine del mondo filtrata dal loro sguardo “speciale”. Tali operazioni possono essere più o meno valide; talvolta sono anche “furbe”, non perché in cattiva fede, piuttosto in quanto ispirate al concetto di minimo sforzo, massima resa.
Fotografi per un giorno’, nata da un’idea di Luciano Bobba e condotta da Insieme per i bambini Onlus, va oltre. Sono stati attivati una serie di laboratori a Milano, Roma, Genova e Lucca - curati da fotografi professionisti - che hanno coinvolto realtà locali al servizio dell’infanzia e dell’adolescenza: ciascun fotografo ha fornito spunti e assistenza a bimbi e ragazzi che hanno così potuto apprendere nuove cose e disporre di maggiori strumenti per esprimersi, pur in totale libertà, attraverso il mezzo fotografico.
Le immagini realizzate, raccolte in una mostra e in un volume edito da Sonda, verranno battute all’asta per raccogliere fondi finalizzati a sostenere un progetto incentrato sullo sport e lo sviluppo fisico di adolescenti svantaggiati.

Il valore aggiunto dell’operazione sta, da una parte, nell’aver offerto competenze, stimoli e guida ai giovani partecipanti; dall’altra, quest’ultimi sono stati chiamati a partecipare in maniera consapevole e responsabile ad un progetto che mirava a finanziare non le realtà a cui appartengono, ma un’altra associazione. I bambini, con situazioni familiari critiche alle spalle o caratterizzati da disabilità fisiche/psichiche anche piuttosto severe, si sono quindi impegnati personalmente ad aiutare loro coetanei in difficoltà.
 
La mostra viene presentata in anteprima a Milano il 19 ottobre alle 18:30 presso la Fnac di Via Torino, dove rimarrà allestita fino all’8 novembre. Farà poi tappa negli altri punti vendita Fnac d’Italia e, dal 19 novembre all’11 dicembre, al Lucca Photo Fest.

Oltre a Luciano Bobba, hanno collaborato: Alessandro Belgiojoso, Marika Bertoni, Gabriele Croppi, Franco Donaggio, Albertina D’Urso, Stephanie Gengotti, Pino Ninfa, Ivo Saglietti ed Enrico Stefanelli.


Le associazioni coinvolte: Leonarda Vaccari di Roma; La Fanciullezza, l’Associazione Famiglie Sindrome di Williams, la Casa di Sam e la Fondazione Benedetta d’Intino di Milano; la Casa del Fanciullo di Lucca; il circolo Vega di Genova.

Sponsor tecnici: Samsung, Fnac, Canson, Edizioni Sonda e il Lucca Photo Fest.



(picture by Jacques Henri Lartigue)
Yesterday two exhibitions opened at Forma, Milan. The first, which shows the works of Jacques Henri Lartigue, has been a pleasant surprise to me. He is a wealthy French bourgeois of the beginning of the XX century who portrayed the charmed, privileged world he belonged to all his life long: a declared effort to freeze those happy moments and a nostalgic attempt to make them last forever. I’ve been impressed by the grace, elegance and freshness of the images, by the author’s incredibly modern eye. The composition and mood of many pictures make them look like they are taken today, a sort of remembrance of the past with a vintage feel instead of a real document from it. The second and widely promoted exhibition is “Polaroids” by Julian Schnabel (inevitably more known than Lartigue), great painter, capable director and King Midas of many artistic projects. On display his works taken with an old 20x24 inch camera which is as large as a fridge, a tool which can’t help but add some quid to the images themselves. The 80 photographs show his family, friends, paintings, workplace etc. The setting aims to offer “a unique and complex fresco that gives us access to his private life”, but seems an uncompleted tale which actually doesn’t give us the opportunity to discover anything about this versatile artist. What a pity.
“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue“Polaroids” - Julian SchnabelMilan, Fondazione FORMA per la Fotografia (info)10/23/11 - 11/20/11
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www.photographers.it/newsletter.php?id=46
Di recente siamo stati a Forma,  che ospita due mostre di Jacques Henri Lartigue e Julian Schnabel. La  prima è stata una piacevolissima sorpresa. Lartigue, ricco borghese di  inizio Novecento, ha per anni ritratto il mondo dorato che lo  circondava: una tensione dichiarata, la sua, a fissare la felicità di  quei giorni unita al nostalgico desiderio di renderla eterna. A colpirci  sono stati la grazia, l’eleganza e la freschezza delle sue foto, lo  sguardo incredibilmente moderno. La composizione e l’atmosfera di molte  delle immagini le fa sembrare scattate ai nostri giorni, quasi ci si  trovasse di fronte a un gioco di rievocazione del passato che non alla  sua effettiva registrazione.Di  maggiore richiamo, inevitabilmente, l’esposizione del nome più  altisonante: Julian Schnabel, ottimo pittore, valido regista e in  generale re Mida di numerosi progetti artistici. In mostra le Polaroid  da lui realizzate con un vecchio apparecchio panoramico 20x24 pollici  (per capirsi, la fotocamera è grande come un frigorifero), un mezzo che  di per se’ aggiunge un quid alle immagini. Le foto, un’ottantina,  ritraggono la famiglia, gli amici, l’ambiente di lavoro, le sue opere…  Peccato per l’allestimento, quello che vorrebbe essere “un complesso  affresco che ci permette di entrare nella vita privata dell’autore” a  noi sembra rimanere un racconto accennato dal quale si esce senza avere  scoperto un gran ché su Schnabel. 
“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue “Polaroids” - Julian Schnabel Milano, Fondazione FORMA per la Fotografia (info) Dal 23 ottobre al 20 novembre 2011

(picture by Jacques Henri Lartigue)



Yesterday two exhibitions opened at Forma, Milan.
The first, which shows the works of Jacques Henri Lartigue, has been a pleasant surprise to me. He is a wealthy French bourgeois of the beginning of the XX century who portrayed the charmed, privileged world he belonged to all his life long: a declared effort to freeze those happy moments and a nostalgic attempt to make them last forever. I’ve been impressed by the grace, elegance and freshness of the images, by the author’s incredibly modern eye. The composition and mood of many pictures make them look like they are taken today, a sort of remembrance of the past with a vintage feel instead of a real document from it.
The second and widely promoted exhibition is “Polaroids” by Julian Schnabel (inevitably more known than Lartigue), great painter, capable director and King Midas of many artistic projects. On display his works taken with an old 20x24 inch camera which is as large as a fridge, a tool which can’t help but add some quid to the images themselves. The 80 photographs show his family, friends, paintings, workplace etc. The setting aims to offer “a unique and complex fresco that gives us access to his private life”, but seems an uncompleted tale which actually doesn’t give us the opportunity to discover anything about this versatile artist. What a pity.

“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue
“Polaroids” - Julian Schnabel
Milan, Fondazione FORMA per la Fotografia (info)
10/23/11 - 11/20/11

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Di recente siamo stati a Forma, che ospita due mostre di Jacques Henri Lartigue e Julian Schnabel. La prima è stata una piacevolissima sorpresa. Lartigue, ricco borghese di inizio Novecento, ha per anni ritratto il mondo dorato che lo circondava: una tensione dichiarata, la sua, a fissare la felicità di quei giorni unita al nostalgico desiderio di renderla eterna. A colpirci sono stati la grazia, l’eleganza e la freschezza delle sue foto, lo sguardo incredibilmente moderno. La composizione e l’atmosfera di molte delle immagini le fa sembrare scattate ai nostri giorni, quasi ci si trovasse di fronte a un gioco di rievocazione del passato che non alla sua effettiva registrazione.
Di maggiore richiamo, inevitabilmente, l’esposizione del nome più altisonante: Julian Schnabel, ottimo pittore, valido regista e in generale re Mida di numerosi progetti artistici. In mostra le Polaroid da lui realizzate con un vecchio apparecchio panoramico 20x24 pollici (per capirsi, la fotocamera è grande come un frigorifero), un mezzo che di per se’ aggiunge un quid alle immagini. Le foto, un’ottantina, ritraggono la famiglia, gli amici, l’ambiente di lavoro, le sue opere… Peccato per l’allestimento, quello che vorrebbe essere “un complesso affresco che ci permette di entrare nella vita privata dell’autore” a noi sembra rimanere un racconto accennato dal quale si esce senza avere scoperto un gran ché su Schnabel.

“La scelta della felicità” - Jacques Henri Lartigue
“Polaroids” - Julian Schnabel
Milano, Fondazione FORMA per la Fotografia (info)
Dal 23 ottobre al 20 novembre 2011

(picture by Helene Amouzou)

Since 2007, the PHOTOQUAI Photography Biennial has been spotlighting non-Western art and introducing an international audience to artists so far not shown in Europe. 
The third edition, under the artistic direction of photographer/filmmaker Françoise Huguier, also know for being the creator – with Bernard Descamps – of Bamako’s Biennal Africaine de la Photographie, has involved 46 photographers from Africa, South America, Russia, Asia, Middle East and Oceania (a very few women, ed.). 
The exhibitions are placed on the banks of the Seine and, since this year, in the garden of the musée du quai Branly. The scenographic project by Patrick Joui (Compasso d’Oro 2011) is definitely one of the focus of the Festival and aims to unite this photographic wealth and diversity. For the promenade along the Seine, he has designed a setting which avoids disrupting the quality of the viewpoints of the city while proposing the visitor another reading of this linear path. In the gardens he soberly showcases five photographers, each finding a special place in the luxuriant landscape.
Other exhibitions are hosted at the Eiffel Tower as well as in eleven partner galleries and institutions in Paris.

Paris, September 13th – November 11th 2011
practical informations



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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/420252

Photoquai – Biennale delle Immagini dal mondo è una rassegna nata nel  2007 grazie all’impegno del Musée du quai Branly e da subito  dichiaratamente consacrata alla fotografia non occidentale. Scenario  della manifestazione, il Lungosenna parigino a cui si aggiungono, a  partire da quest’anno, i giardini del museo. A curare l’edizione  2011 è Françoise Huguier, fotografa e regista, già ideatrice, con  Bernard Descamps, di quella bella avventura che è la Biennal Africaine  de la Photographie di Bamako in Mali. Così definisce Photoquai “un  viaggio all’ascolto dei rumori del mondo, nutrito dallo sguardo che i  fotografi posano sulla nostra società e su una cultura diversa. Essi  sono per noi dei guardiani, dei custodi che ci impediscono di  sprofondare nel sonno”. Curiosità e freschezza dunque le parole d’ordine, per non smettere di guardare lontano.Circa  400 le opere in mostra, inedite in Europa, di 46 fotografi  contemporanei provenienti da 29 paesi fra Africa, America del Sud,  Russia, Asia, Medio Oriente e Oceania. Una esigua percentuale le donne, a  riprova di quanto poco spazio sia riservato - soprattutto a certe  latitudini - allo sguardo femminile.Nella produzione degli autori  prevalgono le “storie” e il ritratto, assieme ad alcune incursioni nello  still life e nel paesaggio (per lo più urbano).Grande  attenzione per gli allestimenti, tanto che la seconda voce dopo quella  della direzione artistica è la scenografia, affidata a Patrick Jouin,  Compasso d’Oro 2011. Un percorso espositivo lungo le rive della Senna  pensato per essere fruito 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a cui fa eco la  sezione all’esterno del Musée du quai Branly.In calendario anche  incontri, proiezioni, dibattiti e una serie di interventi in merito al  programma di sostegno alla creazione artistica fotografica in  collaborazione con la Fondation Total.Diversi i partner che  concorrono alla promozione degli artisti: l’Ambasciata d’Australia, la  Galerie Baudoin Lebon, la Galerie In Camera, la Galerie Paris-Beijing,  la Maison de l’Amérique latine, la Maison européenne de la photographie,  il Petit Palais, la Polka Galerie e la Tour Eiffel.Dal 13 settembre all’11 novembre 2011Musée du quai Branly37, quai Branly - ParisLe  mostre lungo la Senna sono sempre aperte, l’accesso a quelle nel  giardino del museo è vincolato agli orari di quest’ultimo (ma/me/do  11-19, gio/ve/sa 11-21)www.photoquai.fr

(picture by Helene Amouzou)

Since 2007, the PHOTOQUAI Photography Biennial has been spotlighting non-Western art and introducing an international audience to artists so far not shown in Europe. 

The third edition, under the artistic direction of photographer/filmmaker Françoise Huguier, also know for being the creator – with Bernard Descamps – of Bamako’s Biennal Africaine de la Photographie, has involved 46 photographers from Africa, South America, Russia, Asia, Middle East and Oceania (a very few women, ed.). 

The exhibitions are placed on the banks of the Seine and, since this year, in the garden of the musée du quai Branly. The scenographic project by Patrick Joui (Compasso d’Oro 2011) is definitely one of the focus of the Festival and aims to unite this photographic wealth and diversity. For the promenade along the Seine, he has designed a setting which avoids disrupting the quality of the viewpoints of the city while proposing the visitor another reading of this linear path. In the gardens he soberly showcases five photographers, each finding a special place in the luxuriant landscape.

Other exhibitions are hosted at the Eiffel Tower as well as in eleven partner galleries and institutions in Paris.

Paris, September 13th – November 11th 2011

practical informations

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www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/420252

Photoquai – Biennale delle Immagini dal mondo è una rassegna nata nel 2007 grazie all’impegno del Musée du quai Branly e da subito dichiaratamente consacrata alla fotografia non occidentale. Scenario della manifestazione, il Lungosenna parigino a cui si aggiungono, a partire da quest’anno, i giardini del museo.
A curare l’edizione 2011 è Françoise Huguier, fotografa e regista, già ideatrice, con Bernard Descamps, di quella bella avventura che è la Biennal Africaine de la Photographie di Bamako in Mali. Così definisce Photoquai “un viaggio all’ascolto dei rumori del mondo, nutrito dallo sguardo che i fotografi posano sulla nostra società e su una cultura diversa. Essi sono per noi dei guardiani, dei custodi che ci impediscono di sprofondare nel sonno”. Curiosità e freschezza dunque le parole d’ordine, per non smettere di guardare lontano.

Circa 400 le opere in mostra, inedite in Europa, di 46 fotografi contemporanei provenienti da 29 paesi fra Africa, America del Sud, Russia, Asia, Medio Oriente e Oceania. Una esigua percentuale le donne, a riprova di quanto poco spazio sia riservato - soprattutto a certe latitudini - allo sguardo femminile.
Nella produzione degli autori prevalgono le “storie” e il ritratto, assieme ad alcune incursioni nello still life e nel paesaggio (per lo più urbano).

Grande attenzione per gli allestimenti, tanto che la seconda voce dopo quella della direzione artistica è la scenografia, affidata a Patrick Jouin, Compasso d’Oro 2011. Un percorso espositivo lungo le rive della Senna pensato per essere fruito 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a cui fa eco la sezione all’esterno del Musée du quai Branly.
In calendario anche incontri, proiezioni, dibattiti e una serie di interventi in merito al programma di sostegno alla creazione artistica fotografica in collaborazione con la Fondation Total.
Diversi i partner che concorrono alla promozione degli artisti: l’Ambasciata d’Australia, la Galerie Baudoin Lebon, la Galerie In Camera, la Galerie Paris-Beijing, la Maison de l’Amérique latine, la Maison européenne de la photographie, il Petit Palais, la Polka Galerie e la Tour Eiffel.

Dal 13 settembre all’11 novembre 2011
Musée du quai Branly
37, quai Branly - Paris
Le mostre lungo la Senna sono sempre aperte, l’accesso a quelle nel giardino del museo è vincolato agli orari di quest’ultimo (ma/me/do 11-19, gio/ve/sa 11-21)
www.photoquai.fr

(picture by Helmut Newton)
In the “analog photography era”, professional photographers used to take test Polaroids before the official shots. The gesture of tossing the Pola, with a self-confident wrist movement, is one of the most cool and iconic scenes in the imaginary of all the nostalgics of film photography and its golden age. Many beautiful instant shots have got lost. Luckily for us, Helmut Newton used to save his Polaroids: thanks his wife June’s precious collaboration, Taschen has recently published a selection of them. Many images are the tests for famous shots already included in other titles by the same editor: “Sumo”,  “A Gun for Hire” and “Work”.Helmut Newton, “Polaroids”Hardcover, 21 x 27,5 cm, 224 pages€ 39.99Editor: Taschen
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fotografia.ilgiornale.it/view_news.php?id=3922
Il gesto di verificare con una polaroid composizione e schema luci prima  di procedere con lo scatto ufficiale è rimasto indissolubilmente legato  al mondo della fotografia analogica professionale. I feticisti della  pellicola istantanea ancora fremono al ricordo del “cerimoniale”,  compresi suoni e odori, di quel momento. C’è persino chi misurava il  talento e il fascino di un fotografo dall’espressione soddisfatta con  cui allungava per un attimo uno sguardo obliquo sul risultato prima di  gettarlo via con un sapiente gioco di polso.Sto giocando, ma di pola sui set ne sono davvero “volate” tante. E fra queste si contano moltissime belle immagini andate perse.Helmut  Newton (1920-2004), che non ha bisogno di presentazioni, ci ha fatto il  grande piacere di conservarle ed oggi un volume di Taschen, realizzato  con la preziosa collaborazione di sua moglie June, le raccoglie.Molti  degli scatti sono le anteprime di noti lavori di Newton già pubblicati  dalla casa editrice in “Sumo”, “A Gun for hire” e “Work”.Helmut Newton, “Polaroids”21 x 27,5 cm, 224 pagineDisponibile anche in italianoPrezzo: 39,99 euroEdizione: Taschen

(picture by Helmut Newton)

In the “analog photography era”, professional photographers used to take test Polaroids before the official shots. The gesture of tossing the Pola, with a self-confident wrist movement, is one of the most cool and iconic scenes in the imaginary of all the nostalgics of film photography and its golden age.
Many beautiful instant shots have got lost. Luckily for us, Helmut Newton used to save his Polaroids: thanks his wife June’s precious collaboration, Taschen has recently published a selection of them.
Many images are the tests for famous shots already included in other titles by the same editor: “Sumo”,  “A Gun for Hire” and “Work”.

Helmut Newton, “Polaroids”
Hardcover, 21 x 27,5 cm, 224 pages
€ 39.99
Editor: Taschen

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Il gesto di verificare con una polaroid composizione e schema luci prima di procedere con lo scatto ufficiale è rimasto indissolubilmente legato al mondo della fotografia analogica professionale. I feticisti della pellicola istantanea ancora fremono al ricordo del “cerimoniale”, compresi suoni e odori, di quel momento. C’è persino chi misurava il talento e il fascino di un fotografo dall’espressione soddisfatta con cui allungava per un attimo uno sguardo obliquo sul risultato prima di gettarlo via con un sapiente gioco di polso.
Sto giocando, ma di pola sui set ne sono davvero “volate” tante. E fra queste si contano moltissime belle immagini andate perse.
Helmut Newton (1920-2004), che non ha bisogno di presentazioni, ci ha fatto il grande piacere di conservarle ed oggi un volume di Taschen, realizzato con la preziosa collaborazione di sua moglie June, le raccoglie.
Molti degli scatti sono le anteprime di noti lavori di Newton già pubblicati dalla casa editrice in “Sumo”, “A Gun for hire” e “Work”.


Helmut Newton, “Polaroids”
21 x 27,5 cm, 224 pagine
Disponibile anche in italiano
Prezzo: 39,99 euro
Edizione: Taschen

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Web editor and editorial coordinator for Photographers.it and its sections on LaStampa.it and IlGiornale.it

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Fotografa, web editor e coordinatrice editoriale.
Freelance per costituzione genetica.
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